amore sotto la pioggia

 

Fuori piove: un temporale estivo come ce ne sono tanti. La strada è battuta dalla pioggia scrosciante, così i tetti delle case, le macchine parcheggiate lungo la via, il cancelletto della villetta e così la ragazza, quella ragazza che rimane imperterrita con il cellulare in mano e gli occhi fissi sulla finestra del secondo piano. Lui è lì, nascosto da pesanti tende, con il cellulare in mano a sua volta, il quale continua a suonare incessantemente da alcuni minuti, e le valigie pronte per essere chiuse, aperte sul letto. Fuori piove, anche se nel cielo si vede ancora il sole e un mezzo arcobaleno fa capolino oltre i tetti delle case a sud. La ragazza è ormai tutta bagnata: i suoi capelli lunghi, la giacca estiva con la quale aveva cercato di ripararsi, il suo vestito a fiori, i sandali con quei tacchi vertiginosi, ma lei continua a stringere il cellulare tra la mano e l’orecchio destro e a guardare la finestra e l’ombra che essa cela.

Per un secondo nella stanza in penombra al secondo piano scende il silenzio e lui vede lei che allontana il telefonino dal volto, per un attimo pensa “E’ finita, si è arresa”, ma poi lo squillo cambia e sul display inizia a lampeggiare l’icona di una busta.

“ Nobita, fammi salire, voglio solo dirti ciao, prima che tu parta”

Nobita legge il messaggio e sospira, ormai ha deciso: non rivedrà Eiko-chan un’altra volta prima di partire. Sa di essere un vigliacco ma preferisce che il loro incontro rimanga quel giorno, quando lei era felice perché non sapeva che non si sarebbero più rivisti e lui era felice perché lei gli sorrideva con affetto.

“ So che ti arrabbierai e che penserai che sono un povero scemo ma è meglio di no…”

Eiko stringe il cellulare con più foga quando lo sente vibrare tra le mani e sussulta nel leggere il messaggio, è incredula, Nobita sa riconoscere le espressioni di lei anche da lontano, ma non rialza gli occhi verso la finestra e bagnata come un gattino abbandonato si allontana dal cancello, lungo il viale di macchine parcheggiate con cura, stringe ancora il cellulare nella mano destra, mentre la sinistra la porta al cuore, per tenere stretta la giacca di lino ormai zuppa al petto, forse piange, ma Nobita adesso non è più sicuro di quel che vede, perché lei è una macchia di colore sempre più confuso nello scrosciare della pioggia estiva: tutto diventa irreale, finche sulla strada non restano che le gocce ballerine di quel diluvio di fine luglio.

 

Oggi Nobita Abe è un ingegnere aerospaziale, ha superato i trentacinque anni, ha perso i capelli e ha messo qualche chilo di troppo sulla pancia e nelle gambe. È tornato a casa dopo dieci anni, che ha trascorso in America per lavoro, ora in quella villetta non abita più nessuno, suo padre è morto, sua madre si è trasferita da sua sorella, sposatasi otto anni prima, nel Hokkaido. È tornato per vendere quella casa, ha fretta di concludere l’affare e poter così tornare al suo lavoro negli Stati Uniti. Sta aspettando un possibile acquirente ed è salito nella sua vecchia stanza, si affaccia alla finestra, ancora schermata con quelle pesanti tende scure e per un attimo gli sembra di vederla, lei, la dolce Eiko, bagnata come un pulcino che implora di salutarlo un’ultima volta, anche se fuori c’è il sole e i ciliegi non sono ancora sfioriti, anche se adesso lungo il viale le macchine non possono più posteggiare, lui riesce a vederla con la nitidezza di un telescopio spaziale. Ricorda il vestito, le scarpe, la marca del cellulare (lo aveva regalato lui ad Eiko, uno dei primi cellulari sul mercato, per un Natale di non sa più quanti anni fa), ma sopratutto ricorda la pioggia, quello strano connubio di sole, acqua ed arcobaleno. Così si ritrova a chiedersi dove sarà Eiko-chan adesso? Che cosa farà nella vita? Aveva studiato storia dell’arte, era riuscita nel suo sogno di aprire una galleria d’arte contemporanea? Era andata a Parigi a vedere le opere di Renzo Piano? Dovevano andarci assieme, a Parigi, ma poi lui si era laureato e aveva ricevuto quella proposta a Houston…

Ora Nobita vorrebbe tanto rivedere la cara Eiko, poterla salutare, perché ha capito che è stato davvero stupido da parte sua non abbracciarla un’ultima volta, perché sono passati dieci lunghi anni e nessun’altra donna lo ha mai atteso testardamente sotto la pioggia. Nobita oggi sa che Eiko-chan era davvero unica e speciale, era l’unica di cui si era innamorato e l’unica per la quale valeva la pena di mandare tutto al diavolo e tentare di essere felici assieme. Non c’è stata un’altra Eiko nella vita di Nobita, troppo occupato a far carriera. Eiko era la sua occasione di felicità e lui l’ha sprecata per paura e vigliaccheria. Se solo potesse avere una seconda possibilità, pensa ora Nobita con un groppo in gola, se solo potesse tornare indietro, evitare di scrivere quello stupido messaggio, ma al contrario, correre di sotto e aprire la porta di casa, correrle incontro con un ombrello e accompagnarla in casa, ridendo di come si fosse zuppata, ecco se solo fosse possibile rivivere il passato, ancora una volta…

 

* * *

 

Kazahaya si svegliò di colpo a causa di qualcosa gelido calato sul suo viso e la prima cosa ce i suoi occhi misero a fuoco fu la faccia da Budda di pietra del suo coinquilino. L’irritante voce atona gli stava dicendo qualcosa che il suo cervello non registrò, intento a capire perché quello stronzo gli avesse tirato un sacchetto di piselli surgelati addosso.

- … la spesa dovevi farla tu! C’è solo questo sacchetto nel freezer e l’eco nel frigo, come nel tuo cervello del resto!-

Ecco cosa era quella cosa importantissima che non riusciva a ricordare la sera prima, la spesa!

Dopo aver fatto l’inventario di una cinquantina di scatoloni, caramelle e cioccolata, tutto da solo, il ragazzo si era buttato sul letto senza neanche mangiare.

- Ho capito- sbuffò il biondo- Vado allo Starbuck’s all’angolo e ti porto la colazione in negozio, ma non c’è bisogno di fare tutta sta tragedia!-

- Ovviamente offri tu, idiota!- ghignò Rikuo tirandogli in faccia la giacca.

- Cosa? Neanche per sogno!- Kazahaya uscì sbattendo la porta non prima di avergli sventolato sotto il naso il dito medio alzato.

 

Kudo arrivò a lavoro leggermente in ritardo, temendo già la vendetta subliminale del suo datore di lavoro, con le braccia cariche delle buste della caffetteria: aveva preso caffè-latte e briosches, caffè nero per lo stronzo e tante ciambelle con la glassa per farsi perdonare del ritardo da Kakei. Stranamente non trovò nessuno in negozio, nemmeno il signor Saiga che faceva finta di sostituire i due commessi, così bussò all’ufficio e il grosso uomo con gli occhiali scuri venne ad aprire.

- Oh, giusto in tempo- cinguettò il padrone del drugstrore- La nostra brava formichina ha portato le mollichine di pane. Spero che tu abbia preso anche le ciambelle alla cannella-

Kazahaya cercò di non stupirsi come al solito delle doti di preveggenza del suo capo ma non poté evitarsi, in cuor suo, di essere stupefatto di come Kakei fosse sempre un passo avanti a lui- Lavoro?-chiese addentando una brioche.

- T’interessa?- rispose sibillino il veggente.

Memore degli incarichi passati, non sempre convenzionali, anzi spesso anche molto imbarazzanti, il ragazzo cercò di tenersi sulla difensiva- Se è un lavoro in cui mi devo vestire da donna non lo faccio-

Kakei sorrise- Ci sono altre condizioni?-

- No, mi servono i soldi, pero…- piagnucolò Kudo, quel biondino dalla faccia onesta riusciva sempre a metterlo all’angolo, Kazahaya iniziò a sospettare che non fosse poi tanto buono come appariva- Ok, lo faccio a condizione che io non debba rubare nulla a nessuno o, peggio, debba indossare abiti da sposa o meno che mai un costume da Hello Kitty!- urlò puntando il dito contro Himura che rideva senza ritegno già da cinque minuti buoni.

- Bene- disse infine Kakei- il lavoro di oggi non prevede nessuna delle possibilità da te elencate, lo accetti allora?-

- Sì-

- Devi trovare una donna e chiederle di darti un vecchio cellulare modello N6910. T’invio sul tuo telefonino l’ultimo indirizzo di questa persona. Saiga-san ha avuto qualche difficoltà trovare il suo nuovo recapito, è un po’ lontano da qui-

Kazahaya si girò verso il signor Saiga, che russava rumorosamente sul divano dell’ufficio e si ritrovò a pensare che doveva condurre una vita ben strana per dormire sempre di giorno.- Non mi sembra un incarico difficile, posso farcela da solo, no? Esulto giulivo il ragazzo, perché questo significava non dividere la paga con quella faccia da schiaffi.

- Infatti- annuì Kakei divertito- Ma adesso mie brave formichine a lavoro zitti e muti o vi detrarrò dallo stipendio il tempo che passate a bighellonare nel mio ufficio- cinguettò poi alzandosi e facendo strada verso il negozio. Kazahaya uscì in preda al panico senza neanche finire di fare colazione, aveva talmente bisogno di soldi che preferiva non scoprire se Kakei scherzava o diceva sul serio.

Rikuo restò seduto al suo posto, sorseggiando il suo caffè nero- Perché non gli hai detto del resto del lavoro?- chiese ad un tratto.

- Non occorre- rispose il veggente con un sorriso diabolico- Perché smorzare il suo ardore adolescenziale? Basterà che si trovi nel luogo giusto al momento giusto e i particolari poteri di Kazahaya faranno il resto-

- E può accadere solo domenica alle 16,15 in quel viale, davanti alla villetta che mi hai mostrato per foto, giusto?-

- Sì, perché il quel luogo domenica prossima si celebrerà il matrimonio della volpe!-

 

* * *

 

Dopo il lavoro al drugstore, Kazahaya prese la metropolitana e si recò nel luogo dell’indirizzo che Kakei gli aveva dato. Doveva cambiare almeno tre linee e proseguire verso un quartiere periferico, ci avrebbe impiegato un’ora ad andare e una a tornare, così il ragazzo si rassegnò all’idea di non tornare a casa per l’ora di cena… Fu solo un attimo, ma si rese conto che da qualche tempo ormai aveva preso a considerare l’appartamento sopra al Drugstore come casa sua e man mano i ricordi della sua vera casa si affievolivano, ad ogni modo lì non sarebbe più tornato, perciò era inutile rimuginarci sopra.

Arrivò in un quartiere di grandi palazzi grigi, tutti uguali ed allineati lungo strade squadrate e rettilinee. Nel giardinetto condominiale di uno di questi casermoni, si teneva una piccola vendita d’oggetti usati, tre o quattro persone gironzolavano tra gli oggetti deposti con cura su grandi teli sopra il prato e una signora incinta trattava il prezzo con un anziano, mentre suo figlio le tirava la maglietta per ottenere un po’ d’attenzione. Kazahaya ricontrollò l’indirizzo e capì di essere nel luogo giusto, quando bighellonando tra gli oggetti captò la conversazione tra la signora e il suo acquirente.

- Così, Eiko-san, vende un po’ di cianfrusaglie-

- Sì, con l’arrivo del nuovo bambino, occorre fare spazio ed io e mio marito abbiamo deciso di dar via un po’ di ricordi. Buttarli mi dispiaceva, così ho avuto l’idea di questo mercatino-

Kudo cercò con gli occhi il cellulare che gli aveva indicato Kakei e lo trovò riposto nella sua scatola accanto ad una pila di dischi in vinile e vecchi albi di manga degli anni Ottanta. afferrò la scatola e si avvicinò alla donna- Quanto vuole per questo?-

- Oh, ma è un cellulare vecchissimo- si schernì la signora- La batteria non funziona più e lo sportellino è pieno di graffi. Davvero lo vuole? Non avrei neanche dovuto metterlo in vendita-

- Colleziono vecchi oggetti- rispose Kazahaya, cercando di inventare una scusa plausibile per non dar impressione di essere uno strambo otaku o peggio un maniaco, cosa che in effetti gli era già capitata- E questo cellulare porta con sé molti ricordi piacevoli e qualcuno doloroso, lei, piuttosto, è sicura di volersene disfare?-

Eiko sorrise ed annuì- Sicurissima, nella mia nuova vita non c’è più posto per quel cellulare, ora ho un marito che mi adora, un bambino da crescere e un altro in arrivo. Davvero non c’è più posto per lui- concluse indicando la scatola del N6910. Kazahaya pensò subito che la signora volesse intendere qualcosa di più profondo di quello che si era lasciata sfuggire, come se non si stesse riferendo al cellulare ma ad una persona reale, ma fu solo l’impressione del momento, la donna si girò chiamata da un’altra acquirente e si dimenticò del ragazzo.

Il sole ormai tramontava e il giovane si avviò verso la più vicina stazione della metropolitana con un buco nello stomaco, i soldi in tasca bastavano solo per il biglietto di ritorno, sperò così che quello stronzo di Rikuo gli avesse lasciato almeno un piatto di riso.

 

La domenica successiva, Kudo fu svegliato prima di quanto avrebbe voluto con una dolorosa cuscinata sulla faccia: come al solito, la voce gutturale di quel cavernicolo di Himura strideva con il sogno così brutalmente interrotto, nel quale la sua cara Kei gli parlava tanto dolcemente. La fitta di nostalgia durò solo un secondo ma fu tanto lancinante da imporre al ragazzo di coprirsi gli occhi con il braccio, per non dare la possibilità al suo insensibile coinquilino di prendersi gioco di lui. Forse anche Rikuo ogni tanto era rapito dal ricordo di quella donna mora tanto da doversi fermare a riprendere fiato, oppure, essendo lui di pietra, non provava nulla di nulla: in tal caso poteva pure offenderlo, non se la sarebbe presa.

- Maledetto scimmione troppo cresciuto, chi cazzo ti credi di essere per venire a svegliarmi in quel modo? Cos’è, da dove vieni tu non si usava la sveglia?-

- Sta' zitto, idiota, il capo vuole vederti- fu la risposta laconica di Rikuo, che neanche alzò la testa dal giornale per guardarlo.

Kazahaya avrebbe volentieri continuato ad insultarlo per una mezz’ora buona, ma non era saggio far attendere  Kakei.

 

Il padrone del drugstore era, come sempre, seduto sul divano dell’ufficio, intento ad accarezzare i capelli del signor Saiga, beatamente addormentato sulle sue ginocchia.

Kazahaya non aveva una grande esperienza del mondo, ma gli avevano sempre detto che un ragazzo, una volta diventato adulto,  si trova una donna da sposare e mette su famiglia con lei. Di donne nella vita di Kakei e Saga non ce n’era traccia, eppure non erano certo più dei bambini. Tornato dalla scuola maschile, per un po’  di tempo aveva soppesato l’ipotesi che Kakei fosse la moglie del signor Saga,  ma aveva accantonato l’idea vista l’improbabilità che il suo capo fosse una donna travestita da uomo. Perciò, anche quella domenica mattina, alla vista di quella scenetta da shojo manga, Kazahaya rimase a bocca spalancata come un ebete.

- Chiudi la boccuccia, Kudo-kun, o ci entreranno le mosche!- scherzò Kakei invitandolo a sedersi su una delle poltrone.

- Himura ha detto che mi cercavi-

- C’è un lavoretto per te!-

- Davvero?-

- In realtà è il seguito dell’altro giorno. Devi consegnare il cellulare che hai recuperato al cliente. Questa è la cartina, si trova un po’ fuori mano, ma credo che riuscirai ad arrivare in tempo-

- Non c’è altro? Nulla di pericoloso, assurdo, ridicolo o vietato dalla legge?- domandò incredulo Kudo, fissando l’altro uomo a mo’ di sfida.

- No, nulla di tutto ciò. Devi solo portare il cellulare e consegnarlo alla persona che incontrerai-

- Bene, allora, sembra che sia molto semplice. Posso farcela- Kudo si alzò e fece per uscire dalla stanza, ma fu fermato dalla voce del veggente.

- Porta l’ombrello, Kazahaya!-

L’ombrello? Ma se fuori c’era il sole e facevano 20°C  gradi?

 

Era un elegante quartiere di villette bianche e rosa, ognuna con il suo giardinetto ben curato, il suo cane accanto alla porta, le rose allineate nell’aiuole e neanche una foglia fuori posto. Un quartiere di donne, madri di famiglia o mogli ancora in luna di miele, che si svegliavano alle cinque alla mattina per preparare il pranzo ai mariti impiegati nella city o ai figli che si facevano in quattro per superare gli esami d’ammissione dall’università; donne che restavano da sole per tutto il resto della giornata e si dedicavano a curare quella casetta tanto amata e tanto costosa, con il suo mutuo cinquantennale che forse solo i nipoti avrebbero finito di pagare:  ma era la loro casa, bella, spaziosa, con il suo giardino e il suo cagnolino che non deve abbaiare, ed ogni sacrificio era ben accetto pur di averla.

Kazahaya camminava con il naso per aria, come sempre: non aveva mai visto un quartiere residenziale con i cani al cancello, le mamme sulla porta e i mariti a tagliare l’erba in giardino.

Era una domenica luminosa e calda, ma non afosa, un venticello spostava le foglie dei lecci o degli aceri di un verde smeraldo. Sembrava di camminare in uno di quei servizi sulle case che si vedevano in televisione o sulle riviste che vendevano al negozio. Donne grassocce che parlottavano tra di loro al crocicchio, uomini calvi in yutaka che discutevano di politica e di finanza camminando lungo la strada con gli zoccoli di legno, adolescenti rumorosi che aspettavano l’autobus alla fermata, bambini con la playstation che giocavano sugli scalini di una casa. Kazahaya non aveva mai visto così tante persone, era sempre stato solo con Kei in quella grande casa, nel giardino immenso; le uniche voci erano le loro, le ombre lunghe sul giardino, al tramonto, erano sempre e solo due: la sua e quella di Kei. Invece, ora scopriva che il mondo era così piccolo e gli uomini così tanti, tutti vicini, tutti diversi tra loro, eppure del tutto simili. Persone normali, comuni, nessuno di quelli che aveva incrociato con lo sguardo sapeva fare quello che sapeva fare lui, nessuno aveva i suoi poteri o i poteri di Rikuo…

Quella notte, quando credeva che sarebbe morto, tra i milioni di persone che potevano salvarlo, lui era stato salvato da uno che aveva i suoi poteri, non una persona comune ma uno come lui, come Kei, un diverso…

Perché tra tanti quello stronzo? Perché lui sembra così simile a me? Persino la donna mora del sogno mi ricorda per certi versi Kei, perché?

 

Kazahaya si arrestò di colpo, controllò la cartina e con orrore capì di essersi diretto nella direzione sbagliata. Come se non bastasse, in lontananza sentiva dei tuoni, stava arrivando il primo temporale dell’estate.

Temendo l’ira di Kakei se non avesse portato a termine il lavoro, tornò sui suoi passi di corsa, stringendo convulsamente il vecchio N6910 nella tasca del giubbotto.

Iniziò a piovere da un momento e l’altro, ma Kazahaya non si chiese perché aveva deciso di lasciare l’ombrello a casa nonostante Kakei lo avesse avvertito: si sarebbe dato dell’idiota più tardi, ora doveva assolutamente trovare quella dannata casa.

Girò a destra e trovò una strada chiusa al traffico, un viottolo costeggiato dalle siepi delle case, l’odor di polvere e di bagnato, un cancello scuro e una villetta bianca: tutto divenne terribilmente famigliare, erano i ricordi del cellulare.

Ecco la finestra dalle pesanti tende al secondo piano, ecco quella sagoma immobile. Kazahaya cercò di riparare la testa alla meno peggio con la giacca, ma i vestiti andavano pian piano ad aderire alla pelle, bagnati dalla pioggia scrosciante.

Inconsapevolmente prese il cellulare e digitò a memoria un numero, lasciò squillare a lungo, per tutto il tempo possibile, fissando la finestra del secondo piano e quella sagoma che sapeva essere nascosta dalle pesanti tende.

Rispondi, Nobita!

Kazahaya non poteva arrendersi, anche se nessuno aveva risposto alla chiamata. Allontanò il telefonino dall’orecchio destro e digitò velocemente un messaggio.

“ Nobita, fammi salire, voglio solo dirti ciao, prima che tu parta”

Kazahaya sapeva essere di vitale importanza che quella persona nascosta dietro le tende rispondesse, sapeva che se non avesse avuto risposta neanche questa volta i ricordi sarebbero mutati in ripianto e dolore, nostalgia e solitudine. Quell’uomo avrebbe rimpianto per sempre di non aver risposto a quell’ultimo appello, a quel grido sordo.

In quel luogo, sotto quella pioggia, una ragazza aveva perso il suo amore e un ragazzo la possibilità di essere felice; tutta la vita  avevano convissuto con quelle fitte di nostalgia, ma se per Kazahaya non c’era stata scelta, per Nobita e per Eiko c’era ancora una chance.

Pioveva con il sole: il matrimonio della volpe. (ecco, se mettessi una nota a questa cosa sarebbe carino, perché è una cosa interessante ^^)

- Kazahaya, se ascolti con attenzione sentirai la voce di una predizione- glielo aveva spiegato Kei quando erano ancora due bambini.

Kazahaya chiuse gli occhi stringendo il cellulare tra le mani tremanti

- Eiko-chan, entra in casa. Ti prenderai un malanno sotto questa pioggia-

- Nobita…-

 

 

Kazahaya si svegliò nel suo letto senza sapere come ci fosse arrivato; fuori era già buio. Aveva un terribile mal di testa e sentiva di aver la febbre. Si alzò controvoglia per prendere un bicchiere d’acqua, la gola andava in fiamme.

Kakei e il signor Saiga sedevano a tavola con Rikuo, intenti a mangiare.

- Campione, ti sei svegliato- lo apostrofò Saiga.

- Non dovresti andare in giro sotto la pioggia senza ombrello, Kudo, ti sei preso il raffreddore- Kakei si alzò per controllare se la febbre fosse ancora alta, appoggiò il palmo sulla fronte di Kazahaya- Non sembri moribondo!- concluse giulivo.

- Come cavolo sono tornato a casa?- chiese il ragazzo- Non ricordo nulla-

- Devi ringraziare Himura che ti ha raccolto quando sei svenuto e Saiga che vi ha riportato a casa con la macchina-

- Sei una piattola, svieni ad ogni pie’ sospinto!- sbottò Rikuo.

- Non è vero- protestò Kazahaya- Però se sono svenuto... Non ho consegnato il cellulare al cliente?-

- Non preoccuparti per quello, ci ha pensato Himura- cinguettò Kakei- E questo vuol dire che devi dividere la paga con Rikuo-

- Che? Ma diamine! Io c’ero, ho trovato la casa, solo che poi i ricordi del cellulare mi hanno sopraffatto, non è colpa mia-

- Tranquillo, Kudo-kun, è andata proprio come doveva andare. Grazie ai tuoi poteri, hai rivissuto quel che accade dieci anni fa nella giornata di oggi e grazie alle particolari condizioni meteorologiche hai potuto cambiare il passato-

- Il matrimonio della volpe?- balbettò il ragazzo, sforzandosi di ricordare cosa fosse accaduto dopo che il cancello della villetta si era aperto.

- Allora qualcosa la sai anche tu!- rise il veggente dandogli un colpetto sulla fronte.

Kazahaya non era più interessato alle spiegazioni del suo capo, perché ad un tratto si era ricordato benissimo cosa era successo dopo: Rikuo era apparso sulla soglia della casa con un ombrello, lo aveva invitato ad entrare, prendendogli il cellulare dalle mani. 

- Eiko-chan, entra in casa. Ti prenderai un malanno sotto questa pioggia-

E lui si era lasciato abbracciare…

- Maledetto bastardo!- urlò quando il quadro della situazione gli fu chiaro.

- Guarda che sei tu che ti sei gettato addosso a me- lo zittì Rikuo.

- In quel momento non eri in te, Kudo-kun, eri la ragazza che possedeva quel particolare cellulare dieci anni fa- spiegò cortesemente Kakei prima che il diverbio verbale diventasse anche fisico.

- La signora della svendita della scorsa settimana? Ecco perché era così triste nel parlare di quel telefonino, avevo percepito che si trattava di molto più che di un vecchio elettrodomestico-

- Il nostro cliente desiderava poter cambiare le azioni del passato, rimediare in qualche modo all’errore commesso-

- Davvero è bastato tanto poco per cambiare il passato?- chiese Rikuo scettico.

- Solo oggi e solo durante il matrimonio della volpe e solo grazie ai poteri di Kazahaya… ma chi può dire se davvero è servito a qualcosa!-

Per Nobita ed Eiko c’era stato un altro finale, o almeno ne avevano avuto la possibilità. Kazahaya sapeva che lui e Rikuo non potevano tornare indietro e che avrebbero dovuto vivere con quel senso di nostalgia per molto tempo ancora. Anche se l’idea non lo allettava,  doveva convivere con quello stronzo perché, Kazahaya capì, era solo restando vicino a Rikuo che prima o poi avrebbe potuto rivedere Kei. Non ne sapeva il motivo, ma ormai era evidente che il suo destino lo teneva legato ad Himura.

- Ci vediamo domani, al solito posto, ragazzi!- Disse Kakei lasciando la stanza- E mi raccomando, vi voglio allegri e pieni di vita come al solito-

- Non c’è problema, capo!- Kudo saltò sull’attenti- Quanto a te, enorme scimmione, ci si vede sempre qui domani, per la prossima sfida!-

- Che cazzo vai dicendo, idiota?- fu la risposta di Rikuo, ma si tradì con uno dei suoi sorriseti sarcastici.

Vivere con quello stronzo era una sfida quotidiana, ma Kazahaya ora sapeva che ne valeva la pena.

 

 

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Questa fanfiction  è stata usata per il themes 99. See you right back here tomorrow, for the next round. del mio set "Esperimenti" per la community 10_clamp