
Si sentiva un idiota e a ragione!
Da tre ore era appollaiato sulla terrazza di un palazzo, con una temperatura di zero gradi, le mani gelate e il naso gocciolante come una fontana, nel tentativo di carpire qualche immagine dall’ufficio di Asami. La sua fedele reflex, munita di teleobiettivo, gli permetteva di spiare i movimenti di quel dannato da una certa distanza, ma la sua salute ne risentiva di già. Il signor “sono troppo occupato per fare una telefonata” era sparito da settimane senza dare notizie, ma Akihito era troppo orgoglioso per fare lui una telefonata, così si era inventato quello stratagemma per vederlo, sapere cosa facesse e cercare di capire cosa lo trattenesse lontano.
Però, dopo tre ore di appostamento immobile nella stessa posizione, Akihito aveva dolore da tutte le parti e sentiva la febbre salire.
- Sono un idiota!- Si maledì starnutendo per l’ennesima volta; eppure non si decideva a lasciare quella scomoda sistemazione.
L’obbiettivo inquadrava lo studio di Asami, la sua giacca scura, la cravatta di seta, i capelli scuri, la sigaretta perennemente accesa tra le dita affusolate.
Takaba non riusciva a separarsi da quell’immagine riflessa nel mirino della macchina fotografica, perché in fondo era tutto quello che aveva di quell’uomo sfuggente.
Mise a fuoco sul volto di Asami e … L’uomo sorrise, uno dei suoi sorrisi sornioni e Akihito giurò che si stesse prendendo gioco di lui. Confuso ed irritato, raccolse le sue cose e corse via con il volto in fiamme e lo stomaco sottosopra.
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Akihito correva per le scale antincendio del palazzo dove si era appostato per spiare Asami, con la borsa della macchinetta a tracolla. Aveva in viso in fiamme, per la febbre, forse, ma sicuramente per l’imbarazzo di esser stato beccato. Sentiva lo stomaco sottosopra ed era sicuro che gli stava per succedere, di nuovo, qualcosa di poco gradevole. Conosceva quel sorriso, sapeva di cosa fosse capace il caro Asami, ed era certo che qualche tirapiedi ora gli stava dando la caccia. Stavolta il giovane Takaba non aveva intenzione di fare la fine del coniglio. Raggiunse l’ingresso del palazzo, sede di molti uffici e studi di professionisti: un grande androne con il pavimento di marmo, i lampadari al soffitto decorato con stucchi dorati, e un viavai di uomini distinti e donne eleganti. Akihito era come un pesce fuor d’acqua in quell’ambiente, con i suoi jeans strappati, il suo giubbotto militare e quell’aria da cucciolo smarrito. Per gli uomini di Asami non fu affatto difficile identificarlo e, nonostante fosse pieno giorno, e il luogo pullulasse di gente, lo invitarono a seguirli con modi poco ortodossi. Salendo in macchina, Akihito tentò un’ultima disperata fuga, ma colpì lo sportello con la testa e svenne.
L’ultima cosa che Akihito vide prima di svenire fu un omone vestito di scuro che lo ricacciava nell’abitacolo, la prima che vide al suo risveglio fu la silhouette di Asami sdraiata sul materasso con l’immancabile sigaretta accesa. Indossava solo dei boxer neri e una vestaglia chiara aperta sul petto muscoloso. Stava giocando con la sua Smith & Wesson e con le pallottole con la solita noncuranza. Tutto quello che disse quando notò che il suo ospite si era svegliato fu – Ma perché mi spiavi dalla terrazza del palazzo attiguo? Non sai che esiste il telefono?
Akihito fece per alzarsi ma, con suo sommo orrore, scoprì di esser legato alla sponda del letto con delle manette… Manette di pelo rosa! Oltretutto aveva un mal di testa terribile e si sentiva scottare.
- Non c’era bisogno di queste - grugnì Takaba – Sto troppo male per andare da qualche parte e poi i tuoi sgherri mi hanno dato un colpo niente male-
- Sgherri? Ma non è mica un vecchio film di kung-fu questo!- Rise divertito Asami.
- Ah, no? Allora che film è?- Akihito gli lanciò uno sguardo di sfida.
- Un porno.
- Non puoi approfittarti di un malato!- Sbottò il ragazzo cercando invano di svincolarsi.
- Hai solo poche linee di febbre, un po’ di movimento non ti farà certo male. Poi pensavo volessi toglierti quelle ridicole mutandine, che ne dici, latin lover?
Solo allora Akihito si ricordò della biancheria che indossava. Non aveva avuto modo di fare il bucato quella settimana, così alla fine era stato costretto a comprare degli slip nuovi. Purtroppo era il periodo di San Valentino e il negozio da cui di solito si serviva per la biancheria vendeva solo articoli dedicati alla festa: ogni capo era decorato con cuori, angioletti o fiocchi, tutto rigorosamente rosso. Per questa ragione, Akihito Takaba quella mattina, senza sapere che si sarebbe ritrovato legato al letto di Asami, aveva indossato degli slip neri con cuoricini rossi e una scritta sull’elastico che diceva “Latin Lover”.
- Che idiota!- grugnì il ragazzo più a se stesso che al suo carceriere. Fu l’ultimo pensiero compiuto che Takaba riuscì a formulare quella notte.
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Akihito riaprì gli occhi che la luce del giorno filtrava già attraverso le tapparelle abbassate della stanza da letto. Ebbe un leggero capogiro quando cercò di tirarsi a sedere e ripiombò tra le lenzuola arrotolate, odorose di sesso. Le braccia erano libere dalle manette, che penzolavano ancora alla sponda del letto, ma i polsi erano segnati da leggeri lividi circolari. Le mani vagarono nel letto e non trovarono nessun segno della presenza di Asami; il materasso, dal lato dove aveva dormito, era freddo, segno che era partito da tempo; anche il suo odore era ormai svanito, né c’era traccia dei suoi vestiti. Un fantasma, che appare di notte, fa cose indicibili, e al mattino non è altro che un ricordo sbiadito. Brividi scuoterono Takaba, aveva di certo una febbre da cavallo, per più di dodici ore non si era curato, permettendo così ad un semplice malore di diventare un febbrone da manuale. Naturalmente, quel dannato aveva fatto i suoi porci comodi e poi lo aveva abbandonato infischiandosene se si sarebbe preso una polmonite oppure no. Il letto vuoto, la stanza silenziosa, la casa sconosciuta, tutto era così alieno e freddo. Akihito si vergognò della sua nudità, scioccamente, visto che nessuno poteva vederlo. Fece uno sforzo per raggiungere il bagno e farsi una doccia; voleva lasciare quel luogo il prima possibile. Si accorse in breve tempo che quello non era lo stesso appartamento dove era stato altre volte, non era il bagno dove Asami lo aveva… Beh, lo aveva legato e poi… Come sempre i ricordi del periodo in cui aveva conosciuto Asami lo travolsero con violenza, tanto che dovette accucciarsi sul piatto della doccia per cercare di controllare i battiti del cuore.
Alla fine, nonostante la febbre e il mal di testa che lo attanagliava, Takaba lasciò l’appartamento vuoto in cui Asami lo aveva segregato per il giorno di San Valentino: uno strano modo di festeggiare, si disse reprimendo un moto di stizza. Si diresse al suo monolocale, ma senza fretta, tanto ad attenderlo c’era solo una casa vuota.
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Questa fanfiction è stata scritta per il Chocolate Trilogy Fest indetto da fanfic_italia, che ha avuto luogo il 13, 14 e 15 febbraio 2009, e per la quale ho vinto questo meraviglioso banner.
