il pruno e la montagna - side story di "rancori"-

 

C’era ancora la neve sui monti intorno alla città, eppure il piccolo pruno nel lato sud del giardino di primavera era già fiorito, a causa di quella strana stagione in cui non si capiva se l’inverno fosse finito oppure no.

Gli shoji erano rimasti leggermente aperti dopo che i servi erano usciti con i resti della colazione e da lì Kamui poteva ammirare quell’angolo di giardino senza doversi alzare da letto: erano giorni che seguiva le sorti di quella giovane pianta. Il principe si sentiva proprio come quel pruno, pronto per la primavera, per sbocciare e fiorire, eppur frenato nella sua vitalità da quella neve che non voleva sapere di sciogliersi, di lasciar il passo alla nuova stagione, al canto degli uccelli o al sole caldo nel cielo blu.

Kamui fissò il pruno, temendo di vederlo capitolare davanti al Generale Inverno e perire di lì a poco, e poi, sollevandosi sui gomiti per spingere lo sguardo oltre la cinta muraria, si soffermò sulle cime innevate, sforzando gli occhi fino a trovare una macchia verde nel bianco accecante, un piccolo varco in cui la leggiadra Dea della primavera si stava intrufolando pian piano per risvegliare la montagna. Il principe sorrise quando si rese conto che quella macchia scura era più ampia del giorno prima, segno che quel lungo e triste inverno di solitudine sarebbe terminato, il pruno si sarebbe salvato e i valichi al nord sarebbero stati praticabili.

Kamui si alzò di colpo dal futon, gettando le coperte da una parte con furia, rovistò tra i rotoli lasciati aperti sul tavolo la sera prima ed estrasse una lettera, vergata con quel tratto preciso ed elegante che aveva sempre invidiato a Fuma-san, quando assieme si esercitavano nella scrittura: “…rientrerò ad Heian non appena il valico di Akaoka sarà praticabile”.

 

La missiva di Fuma era giunta mesi prima, assieme alla supplica all’imperatore di non obbligarlo a soggiornare a Palazzo per l’inverno, come era consuetudine fin da quando erano due bambini. Come ci si poteva aspettare da Fuma, la lettera era giunta a destinazione quando ormai il giovane Sakurazuka già era uno o due giorni di viaggio lontano dalla capitale: inutile richiamarlo! Kamui si era così rassegnato a contare le lune che lo separavano dal ritorno del suo migliore amico.

Un inverno senza Fuma-san: non riusciva neanche a capacitarsi di come fosse riuscito a sopravvivere a tutti quei mesi di lontananza. Ora, però, che i giorni più freddi erano alle spalle, il principe fremeva come un giovane puledro: lo  si vedeva camminare nervosamente per i giardini ancora deserti o lasciare a metà i suoi studi ogni volta che udiva un servo bisbigliare sull’arrivo di una nuova carrozza. Passava le giornate in compagnia di Saiki-san, Sorata-san e Nokuro-san, alla sera ascoltava gli haiku dei bonzi venuti da lontano o le voci di affascinanti cortigiane che cantavano amori disperati, ma il suo cuore non era quieto e non riusciva a dissimularlo. Nei corridoi si sussurrava che l’erede non riuscisse neppure a scegliere il colore del kimono senza l’aiuto del giovane Sakurazuka, che fosse più adatto alla vita monastica che al trono: Kamui lo sapeva ma tirava dritto cercando di ignorare quelle voci malevole. Fuma era sempre stato al suo fianco quando ne aveva avuto bisogno, finché qualcosa non si era irrimediabilmente rotto e restare ad Heian era divenuto per il suo amico una tortura peggiore della morte. Si parlava di una dama disonorata, di un figlio illegittimo, ma Fuma-san non era un codardo, non sarebbe mai fuggito davanti alle sue responsabilità. Era nello sguardo duro e gelido del Ministro della Destra che andava ricercata la verità, questo Kamui lo sapeva bene, ma era impotente e non sapeva come poter venire in aiuto di quell’amico che non lo aveva mai abbandonato.

Conosceva Fuma-san da una vita, aveva persino dimenticato come avesse trascorso le giornate prima di incontrare Sakurakuza.

 

Aveva vissuto con sua madre in una casa immersa nel verde, assieme alle cameriere e ad una balia, lontano da tutto e da tutti. All’età di cinque anni era stato accolto nelle stanze della Principessa Consorte e per tre anni aveva vissuto nella bambagia, coccolato e vezzeggiato  come una bambolina di porcellana. Non vedeva suo padre che poche ore ogni tanto, mentre questi prendeva il tè nel padiglione del drago o si riposava all’ombra degli aceri nel giardino privato di Karen-sama: gli veniva detto di sedersi accanto a quell’uomo profumato e sempre sorridente e di attendere pazientemente. A volte Yuto-sama gli faceva qualche domanda di cortesia, per lo più gli rivolgeva un sorriso caloroso e lo congedava poco dopo. Dama Karen era buona ed affettuosa con lui, gli regalava ogni tipo di balocco e passava delle ore a pettinargli i capelli arruffati, ma non si poteva giocare  a rincorrersi o arrampicarsi sugli alberi con lei o con le altre dame del seguito e lui si era sentito terribilmente triste e solo per tutti gli anni della sua infanzia. Poi era divenuto grande abbastanza per essere trasferito in un appartamento tutto per lui, una grande stanza piena zeppa di libri e di giochi, ma nessuno con cui giocare. Il piccolo principe aveva sempre un’aria così sconsolata che spinse suo padre a portarlo in società prima di molti suoi compagni.

Aveva otto anni quando accompagnò suo padre per la prima volta fuori dal Palazzo Imperiale, in visita al cantiere del tempio di To-ji. Si sarebbe svolta una cerimonia di purificazione della stanza che avrebbe accolto il grande Budda dorato voluto da Yuto-sama. All’epoca Kamui non poteva saperlo, ma era per espiare la colpa di un figlio nato fuori dal letto coniugale che quella gigantesca statua d’oro massiccio era stata colata. Kamui aveva osservato in silenzio suo padre districarsi abilmente tra cortigiani e monaci, sorridere a tutti ed avere una battuta di spirito per tutti. Lui, seduto sul tatami, aveva annuito ad ogni saluto e risposto come l’etichetta imponeva, eppure l’attenzione dei nobili veniva quasi subito distolta da un gesto o una parola di suo padre: Yuto-sama era il grande attore che tutti accorrevano ad applaudire, lui al massimo poteva essere una comparsa. Già desiderava poter tornare a nascondersi tra le pieghe del kimono di Karen-sama, quando lui entrò nella sua vita.

Avanzava appena un passo dietro a suo padre, salutando con modi impeccabili e tutti gli rivolgevano parole d’elogio. L’imperatore lo convocò al suo fianco e gli disse qualcosa di divertente, perché quel bambino, il primo che incontrava che non fosse il figlio di qualche servo, scoppiò a ridere e poi si voltò verso di lui. Lo raggiunse più in fretta di quanto Kamui avesse voluto e lo apostrofò con voce argentina – Ciao, io sono Sakurazuka Fuma-

- Onorato, io sono Kamui- aveva balbettato il piccolo principe, così spaventato da quell’accoglienza calorosa. Non sapeva proprio come ci si rivolgesse ad un bambino come lui, ma siccome gli parve subito che quel ragazzino fosse più grande d’età, gli rispose come se fosse stato un adulto.

Suo padre gli aveva preannunciato che alla cerimonia avrebbe presenziato anche il figlio del Ministro della Destra e aveva aggiunto- E’ nostro desiderio, Kamui-san, che voi diventiate amico del giovane Sakurazuka-

Ogni desiderio dell’imperatore era un ordine e Kamui si era sentito come sopraffatto all’idea di dover soddisfare quel desiderio: quasi non aveva dormito alla vigilia dell’incontro per l’angoscia di non esser all’altezza dell’incarico impartitogli.

>E se a quel bambino io non piacessi?< si era ripetuto per tutto il tempo.

- Mio padre ha detto che posso portarvi a vedere le carpe al fiume. Kudo-san ci accompagnerà-

Kamui aveva alzato gli occhi verso l’imperatore, il quale aveva annuito impercettibilmente, forse sollevato dall’idea di non dover più preoccuparsi dell’effetto che quel figlio così timido produceva sui suoi notabili.

- Va bene, come vuoi- aveva risposto con un filo di voce. Fuma gli aveva preso la mano e lo aveva portato via da quel luogo noioso e da tutti i luoghi noiosi della sua infanzia. Non corse più a nascondersi tra le stoffe profumate della sua matrigna, o nelle cantine di Palazzo per non farsi trovare dal tutore: da quel momento in poi, Fuma fu sempre al suo fianco, sia nei giorni felici che in quelli tristi, durante le lezioni interminabili di cinese o nelle passeggiate fuori città. Kamui non si era mai più sentito solo, fino all’arrivo di quella dannata lettera.

“ ...rientrerò ad Heian non appena il valico di Akaoka sarà praticabile”

 

Fuma era sempre stata una persona irrequieta, di tanto in tanto preferiva restare da solo a rimuginare su non si sa quale tormento, ma non era mai sparito per un periodo così lungo, in un posto così lontano, per giunta!

Una dama disonorata, un figlio illegittimo… come poteva essere successo senza che lui se ne fosse accorto?

Kamui gettò a terra la lettera, che aveva convulsamente stretto tra le mani, e fissò ancora il piccolo pruno nel lato sud del giardino di primavera: i suoi fiori rosa si stagliavano nel cielo terso, oltre la neve sulle montagne si stava sciogliendo. Il valico di Akaoka sarebbe stato praticabile da un momento all’altro, allora avrebbe chiesto spiegazioni a Fuma-san della sua assenza e non avrebbe accettato una scrollata di spalle come risposta, stavolta.

 

 

  |

 

 

 

Questo capitolo è stato usato per il prompt 065. Mezze stagioni della mia Big Damn Table

 

Questa side story è ambientata nel corso della serie generale, prima del capitolo VI, senza conoscere il quale è un po' difficile cogliere i riferiemnti ai avvenimenti narrati da Kamui.