
Le giornate si fecero sempre più corte e la neve dava tregua solo di tanto
in tanto, così Fuma e il suo compagno erano costretti all’isolamento lassù tra
le nevi. Fin dal primo giorno il programma del capitano era stato: sveglia
prima dell’alba, duri allenamenti nella neve e meditazione, ma dovette
arrendersi quasi subito davanti alle sgridate di Kamui che non permetteva in
alcun modo che prendesse freddo o che si stancasse minimamente, e quella fu
solo una delle tante piccole cose a cui l’autorità di Fuma abdicò con un
sorriso. Così passavano le giornate in casa a leggere i preziosi manoscritti
del capitano o nel piazzale davanti l’abitazione dove Kamui si esercitava con
la spada osservato da Fuma, costretto suo malgrado a restare sul genkan e a
dare indicazioni solo a voce. Poteva essere una vita noiosa per un uomo
abituato all’azione come Fuma, eppure non c’era giorno che si alzasse di
cattivo umore o desideroso di rientrare a Kyoto. Stava bene in compagnia di
Kamui, anche se preferiva non chiedersi il perché di tanta indulgenza. D’altro
canto, Kamui era a dir poco raggiante e ogni giorno più propositivo
dell’altro, si impegnava negli allenamenti, si occupava di tenere la casa in
ordine e di fare legna, si era accollato tutti i lavori più pesanti e si
aggirava come un folletto attorno al suo signore, sollecito e accorto ad ogni
minima esigenza. Fuma poteva protestare ben poco perché il riposo stava dando
i suoi frutti: la tosse sembrava placarsi giorno dopo giorno, il suo viso era
più rilassato, al pelle di nuovo fresca, gli occhi avevano perso quelle
antiestetiche borse. Si convinse quasi che sarebbe guarito o, ad ogni modo,
iniziò a sperarlo ardentemente. Se prima non gli interessava sapere che morte
lo attendeva, e l’unico cruccio di quella malattia era il terrore di spirare
in un letto e non in battaglia, ora si chiedeva davvero come poteva aver
desiderato la morte, quando la vita era così straordinaria: crudele e generosa
al tempo stesso.
Una mattina, approfittando del sole che brillava sulla vallata innevata, Fuma
convinse Kamui ad andare a caccia e si inoltrarono nel bosco fitto in cerca di
lepri o piccole volpi.
- Un cervo sarebbe l’ideale- commentò Fuma osservando le impronte sulla neve-
Ma noi due non riusciremmo a mangiarne uno intero-
- Questi non sono zampe di un animale- Kamui lo strattonò per un lembo degli
hakama. Fuma si voltò indietro e vide, nascoste nella boscaglia, orme di
passi.
- Hanno impiegato più tempo del previsto… li aspettavo per la settimana
passata… D’accordo, torniamo indietro e speriamo che non siano già in casa-
tagliò un ramo di vischio con il coltello e camminando a ritroso cancellò le
tracce del loro passaggio. La casetta sembrava vuota, le armi erano nascoste
in una botola sotto il futon, nella stanza secondaria. Dovevano riuscire a
rientrare a prendere le spade, altrimenti cercare di avere la meglio con solo
due wakizashi- Kamui-kun, fa’ una corsa, entra dalla finestra sul retro e
prendi le spade, io ti copro-
- Fuma-san, non c’è nessuno-
- Sì invece, hanno mandato un professionista, un ninja. È lì che mi aspetta,
ne posso sentire l’odore, è desideroso di confrontarsi. Va e sii il più
silenzioso possibile, non ingaggiare lotta, almeno che io non sia morto,
portami solo la mia spada-
- Voi che farete?-
- Giocherò con lui-
Kamui voleva protestare ma lo sguardo del capitano era già proiettato al
futuro, all’incontro, stava già calcolando le sue mosse e quelle
dell’avversario, parlare non era più possibile. Fuma aveva fatto la sua
scelta. Perciò Kamui scivolò nella neve camminando con passo felpato e
s’introdusse nella casa dalla stretta finestra della camera da letto; il
rumore che fece cadendo sui tatami fu coperto dalla voce del capitano e del
loro misterioso ospite. Fuma aveva calcolato i tempi con precisione e aveva
previsto anche che non sarebbe stato capace di recuperare le spade senza far
rumore. Così si spicciò a sollevare la botola e ad estrarre le katana avvolte
nei loro eleganti foderi. Di là si udivano rumori di lotta e quando si
affacciò nella cucina, Fuma stava lottando a mani nude contro l’uomo vestito
di nero. Tre stelle ninja erano conficcate nella parete a pochi centimetri
dall’orecchio del capitano e lo straniero sembrava avere la meglio, nonostante
fosse più basso e minuto di Monou.
- Fuma-san- urlò Kamui lanciando la katana sguainata. Questi si voltò verso di
lui, sollevò lo straniero con una mossa di jujistu e afferrò la katana al
volo, roteò su di sé e colpì l’uomo, che era stato lesto a rialzarsi, in pieno
volto, la maschera nera che lo copriva si tranciò in due parti e ne scoprì il
volto: era lo sfregiato di Choshu, quello che era scappato all’agguato
notturno, dove sia Kamui che Sumeragi erano rimasti feriti. Il volto di Fuma
s’illuminò di vendetta e di un certo sadismo, si pose in posizione e decapitò
l’uomo in un colpo solo. Un attimo dopo erano circondati: sette uomini di
Choschu, armati di tutto punto, irruppero nella casa e affrontarono il
capitano circondandolo. Kamui non aspettò nemmeno un segnale e si gettò nella
mischia a testa bassa. Cercò di tenere a mente tutti i consigli che il
capitano gli aveva dato in quelle settimane, ma alla fine si affidò al suo
solo istinto. Quando furono spalla a spalla, poté sentire il cuore impazzito
di Fuma che pulsava come il suo.
- Tieni la katana bassa ed impugnala con ambo le mani- gli disse in un
sussurrò rotto da un colpo di tosse- E fa’ di tutto per non farti disarmare-
Kamui annuì ma non ebbe tempo di rispondere, un colpo lo raggiunse da destra e
lo parò lestamente. La stanza era ora troppo piccola per nove uomini duellanti
e piena di fumo: qualcuno aveva rovesciato il calderone con l’acqua calda e
reso irrespirabile l’aria. Kamui si spostò così nella stanza da letto, ma capì
presto di essersi messo in trappola da solo, così rovesciò con un calcio il
paravento addosso all’uomo che entrava dietro di lui e trafisse senza colpo
ferire il secondo che lo seguiva, poi finì il primo entrato. Di nuovo libera
la via, si gettò lanciando fendenti alla cieca verso la porta d’ingresso e fu
come abbacinato dal riverbero della neve, piccole gocce di sangue indicavano
la via, per poi diventare sempre più grandi, come in un mandala buddista:
passi, neve, terra, sangue, seguì gli indizi fino al declivio della strada,
dove iniziavano le risaie coperte dal manto bianco. Erano tre e al centro
svettava la capigliatura corvina del suo signore, iniziò a correre verso di
lui, ma un laccio dei geta scelse quel momento per spezzarsi e cadde faccia
avanti, la katana gli scivolò di mano. Vide un’ombra sovrastarlo, si girò
sulla schiena di scatto e il colpo gli squarciò una manica del kimono, senza
però intaccare la carne: con il braccio libero sfilò il coltello dall’obi e
trafisse l’uomo in pieno petto, e questi ricadde a peso morto vomitando
sangue. Ci mise del tempo a togliersi il cadavere di dosso, tempo prezioso,
pensava in cuor suo, ed arrancando con un sandalo sì e uno no continuò la sua
corsa verso la risaia. Ora gli uomini erano in due e Fuma indietreggiava verso
la fine del terrazzamento, ancora pochi passi e sarebbe caduto. Urlò il suo
nome con quanto fiato in gola e si accorse di star piangendo solo quando
ingoiò le sue lacrime salate. Fuma si voltò verso di lui: gli sorrise,
grondava sangue, non sapeva se suo o dei nemici, la coda era ormai un confuso
groviglio di fili di lucente seta e sangue rappreso, il kimono rosso e nero,
sangue e terra. Quel sorriso fermò il tempo e tutto rallentò, perfino i
fiocchi di neve che scendevano ora copiosi, perfino l’assalto dei due nemici,
perfino il canto degli uccelli in lontananza, tutto si fermò in quel sorriso.
Poi la vita riprese a scorrere al suo ritmo naturale, la katana dell’uomo
sulla destra raggiunse il capitano alla testa, mentre questi parava l’assalto
dal basso del sicario sulla sinistra. Come fili di un telaio disfatto da mano
crudele, i folti capelli d’ebano danzarono nell’aria raggelata, nero contro il
cielo bianco, si sollevarono in alto e poi ricaddero a terra in una pozza di
terra e sangue. Fuma si girò e sfilato il wakizashi dalla cintura lo conficcò
nella coscia dell’uomo, trafiggendo l’arteria femorale, poi si voltò verso
l’ultimo avversario e gli squarciò la gola con il filo della spada.
Cadde il silenzio e il capitano della Shinsengumi si afflosciò a terra,
cadendo sulle ginocchia, vomitando sangue a sua volta. Kamui correva come in
un sogno, quando si continua a camminare senza mai toccare l’oggetto
desiderato, ma quando riuscì ad abbracciare le forti spalle, scosse da
sussulti, e ad accarezzare il capo si sentì incredibilmente felice.
- E’ finita- disse Fuma tenendo gli occhi chiusi e la mano ancora serrata
sull’elsa.
- Sì, Fuma-san- rispose Kamui dando libero sfogo alla sue lacrime, solo allora
sentì le mani dell’altro circondarlo e stringerlo a sé.
- E’ finita, Kamui-kun, siamo ancora insieme-
Kamui si costrinse ad abbandonare quel tenero contatto per fissare Monou negli
occhi e gli sorrise.
- I vostri capelli- disse tra il pianto ed il riso- I vostri splendidi
capelli!-
Fuma si passò una mano sulla nuca e sospirò, la coda era stata tagliata di
netto ed ora la chioma era un cespuglio arruffato, lungo davanti e corto
dietro.
- Non li tagliavo da quando avevo sette anni- sospirò- Sono così brutto?-
- No, tutt’altro, sembrate più grande-
- Te lo avevo detto che era ora di tagliarli!- scherzò tornando ad
abbracciarlo.
- Sì- annuì Kamui ridendo. Fuma lo sollevò di peso e cominciò a risalire verso
casa-No, capitano, no, che fate? Sono pesante!-
- Una dama peserebbe più di te!- gli rispose Fuma ridendo.
- Ma siete ferito- protestò Kamui.
- Solo la mia chioma è ferita…- sghignazzò l’altro senza minimamente intendere
di mettere lo scudiero a terra- Sai che farò? Raccoglierò quel che resta dei
miei bei capelli e li spedirò a Seishiro-san. Non so se gli verrà prima un
colpo al cuore o sarà la spada di Yuto-san ad ucciderlo! Mi sembra già di
sentirli litigare!-
- Siete indisponente!- commentò Kamui.
- Oh, sì! Non sai neanche quanto!-
Erano arrivati in casa. Fuma richiuse gli shoji un po’ ammaccati con un calcio
e attraversò il caos di ciò che restava della cucina. Depose Kamui sui tatami
e prese un futon pulito dall’armadio, accantonò in un angolo tutto quello che
gli dava fastidio, e stese il letto. Riuscì all’aperto con un secchio, che
riempì di neve; acqua calda non ce n’era più e il fuoco era stato spento,
l’idea di lavarsi con quel freddo era improponibile, così cercò di darsi una
sistemata come meglio poteva. Si tolse il kimono fradicio di acqua e di altri
liquidi corporali e, con un panno inumidito nella neve, che si andava
sciogliendo, cercò di strofinare via il sangue, prima che si rapprendesse.
Kamui fece lo stesso, poi si sdraiarono sul futon. Fuma gli cinse la vita con
un braccio e gli fece appoggiare la testa sul suo petto, chiuse gli occhi e si
rilassò.
- Fuma-san?-chiese Kamui, senza muoversi.
- Dopo, Kamui-kun, dopo, ora devo dormire-
- Fuma-san, ma io vi piaccio almeno un po’?-
Fuma aprì solo mezz’occhio e gli accarezzò i capelli- Direi che “almeno un
po’” è riduttivo, ragazzino! Ma se non stai zitto, ti caccio a pedate-
- Non fiaterò, promesso-
Si addormentarono quasi di colpo.
Questo capitolo è stato usato per il prompt 022. Nemici della mia Big Damn Table