diario di un segreto ~ capitolo V

A mezzogiorno i cavalli furono sellati e caricati con le sacche per il viaggio. Kamui notò che né l’umore né la salute del suo capitano erano migliorati di molto, segno che non aveva avuto neanche il tempo per riposare un poco prima di mettersi in viaggio. Il cuore di Kamui esultava all’idea di essere stato nominato scudiero del capitano Monou, anche se, a pensarci bene, era ormai grande per ricoprire quell’incarico e forse Monou ancora troppo giovane per avere uno scudiero alle sue dipendenze. Sembravo più due compagni della stessa scuola marziale nei loro kimono semplici e senza stemmi (viaggiare con la divisa della Shinsengumi fuori dalla città di Kyoto non era raccomandabile negli ultimi tempi) e con le loro capigliature ancora lunghe. I capelli corvini di Fuma, legati nell’alta coda, ondeggiavano sfiorando il colletto del kimono al ritmo cadenzato del trotto e cavallo e cavaliere sembravano un tutt’uno sulla strada polverosa che attraversava le campagne verso sud. Kamui si tenne rispettosamente indietro di alcuni metri e si perse quasi del tutto il panorama del viaggio, così preso dalla sue elucubrazioni sulla possente presenza del capitano a cavallo. Fuma non si voltò neanche una volta da quando era montato in sella e si limitò a tenere a mente il rumore degli zoccoli del destriero nero per sapere che Shiro era ancora dietro di lui. Non parlarono se non lo stretto necessario per decidere che strada percorrere, né Fuma intavolò alcun tipo di discorso diverso: gli bruciavano ancora le parole del comandante Sakurazuka ed ancora una volta l’amore-odio che nutriva per quell’uomo accecava i suoi sensi ed inibiva ogni tentativo di concentrarsi su qualcosa altro.
Il sole iniziò a tramontare nei pressi del famoso santuario dei Ronin di En-ya, cosa che Fuma aveva previsto, e così i due viaggiatori smontarono da cavallo e cercarono alloggio presso una delle locande che sorgevano ai piedi del tempio, metà ogni anno di migliaia di pellegrini. Fin da quando era stato in grado di cavalcare da solo, Fuma era venuto al santuario almeno una volta all’anno; aveva già compiuto il rituale viaggio durante l’estate precedente, ed ora, visto che era costretto a recarsi ad Edo, aveva deciso di fermarsi lì ancora una volta. Avrebbe acceso gli incensi, pregato preso la tomba dei Quarantasette e praticato la meditazione zen, in modo di presentarsi al meglio a casa di suo padre; sperava, non secondariamente, che un po’ di riposo avrebbe messo fine a quella tossetta stizzita, che non lo aveva più abbandonato.
I futon di cotone grezzo furono stesi e la graziosa serva della locanda accese la lampada ad olio. La ragazza adagiò la lampada in un angolo e si inchinò ai due ospiti.
- Serve altro?- chiese con aria vagamente civettuola.
- Fa preparare il bagno- ordinò il capitano Monou entrando nella stanza assegnatagli ed iniziando ad ispezionarne il contenuto. Quando fu certo che l’ambiente fosse sicuro e che le vie di fuga fossero sgombre e praticabili, poggiò la spada a terra e si sedé sospirando. Chiuse gli occhi: era stata una giornataccia.
Kamui si accomodò al suo fianco aspettando che il capitano si decidesse a dire qualcosa, ma Monou sembrava essersi dimenticato della sua presenza. Il ragazzo provò ad aprire bocca un paio di volte, ma sempre si ritrovò senza parole: nulla di quello che aveva da dire gli sembrava abbastanza importante per distogliere il suo signore dai suoi pensieri.
Ad un tratto, Fuma, senza neanche alzare le palpebre, batté il palmo della mano sul tatami, a pochi centimetri dalla coscia dello scudiero.
- So che ci sei- disse sorridendo- Ti ascolto, parla-
- No, capitano, io davvero non…- balbettò il ragazzo senza riuscire a formulare una frase di senso compiuto.
- Spiace anche a me di non poterti offrire una soluzione più comoda per la notte, ma non ho che pochi denari nella sacca e vorrei farli bastare anche per il ritorno. Ora, perciò, porta un poco di pazienza e sopportami per questa notte- Riaprì gli occhi giusto il tempo di vedere che effetto avevano prodotto sul suo accompagnatore quelle parole e li richiuse subito dopo. Kamui si sentì esattamente come un bambino rimproverato perché troppo capriccioso.
- E’ un onore per me dividere la stanza con il mio capitano!- sentenziò inchinandosi cerimoniosamente. Fuma alzò le spalle e liquidò al questione. Non si dissero molto altro fino all’ora di cena.

La stanza era satura di odori dolci e freschi: i kimono puliti, i corpi ritemprati da un bagno termale, dopo un’intera giornata passata a cavalcare, l’odore di essenza di gelsomino che saliva dalle sale sottostanti della locanda, dove geishe e cameriere allietavano la serata dei viaggiatori più ambienti, il sapore di una buona zuppa di miso, tutto questo contribuì a mettere di buon umore Fuma e di conseguenza a dissipare, in parte, la soggezione che questi esercitava su Kamui. Così quando il fatidico momento di coricarsi arrivò, nessuno dei due si ritrovò a dover affrontare tristi ricordi del passato.
Era ormai molto tempo che Fuma non divideva la stanza con un’altra persona e ci mise del tempo ad abituarsi al respiro regolare dell’altro nel silenzio della notte.
Anche Kamui, per un altro verso, ebbe difficoltà a dormire: era proprio l’inaspettato silenzio, dopo mesi a dormire in una camerata con decine di altri uomini, che lo disturbava e poi, proprio quando sembrava aver condizionato l’orecchio alla quiete, la stanza fu scossa da colpi di tosse sempre più forti, tanto che da semplice fastidio, divenne vera preoccupazione, tale da costringere Kamui a tirarsi a sedere nel letto.
- Capitano?- sussurrò nel buio.
- Non è niente, Kamui-kun, torna a dormire-
- Non posso, capitano-
- Capisco-
Sentì il fruscio delle coperte e poi quello di piedi nudi sul tatami ed infine gli shoji aprirsi e richiudersi. Tornò il silenzio, ma ormai Kamui non poteva davvero più dormire. Così quelle voci, appena sussurrate nei corridoi o in sala mensa, erano vere: uno strano male affliggeva il capitano della prima divisione dalla Shinsengumi.
Se, in un’altra occasione, Kamui avrebbe lasciato correre e sarebbe tornato a dormire, adesso capì che il suo nuovo ruolo di scudiero gli imponeva di fare qualcosa, anche se non sapeva bene cosa. Si alzò e prese un tanzen dalla sacca del capitano, poi uscì a cercarlo.
Era seduto sull’engawa verso il giardino di camelie della locanda: con una mano sgranava il rosario, con l’altra si copriva la bocca, gli occhi erano rivolti nel buio in direzione del mausoleo dei Quarantasette Ronin, le spalle sussultavano a ritmo dei colpi di tosse. Kamui s’inginocchiò senza far rumore e poggiò il tanzen, che aveva tenuto stretto al petto per scaldarlo, sulle spalle del capitano e prese a massaggiare la schiena nel tentativo di placare o almeno alleviare gli spasmi muscolari.
- Volete che vi faccia preparare una tisana calda?-
- Le erbe non fanno effetto da un pezzo, ormai- rispose secco il capitano.
- Allora andrò a chiamare un medico- soggiunse Kamui risoluto.
- Ne vedrò uno bravo al mio arrivo a casa. Sono certo che Yuto-san avrà fatto pervenire a mio padre una lettera in cui gli spiega le mie reali condizioni di salute- cadde poi il silenzio e l’unica cosa che continuò a muoversi furono le stelle tremolanti in quel cielo scuro di metà inverno.
- Il più giovane dei congiurati di En-ya non aveva diciotto anni quando riuscirono a vendicare il loro damnyo- disse ad un tratto Fuma indicando con un dito l’ombra nera del grande santuario- Lo shogun accordò a tutti il permesso di morire per propria mano e questi fecero seppuku, però decise che colui che avrebbe potuto vivere più a lungo, se non avesse preso parte alla congiura, ovvero il giovane Terasaka Kichiemon, doveva onorare con la sua vita la morte dei suoi compagni, perché solo chi aveva saputo dimostrare la propria lealtà e il proprio coraggio con tanto ardore pur di veder trionfare la Giustizia, poteva degnamente officiare i riti e le offerte alla memoria di quei valorosi- Fuma fissava l’imponente struttura di legno e pietra che era il sacello dove si veneravano le spoglie dei Quarantasette Eroi- Per una qualche sciocca e presuntuosa ragione, quando mi unì alla Shinsengumi, pensai che, in caso di nostra disfatta, l’imperatore avrebbe potuto accordare a Seishiro-san e agli altri l’onore del suicidio rituale, visto le loro indubbie doti di lealtà e coraggio, ed essendo io il più giovane, come un novello Kichiemon-san, avrei avuto l’onore e l’onere di assolvere allo stesso compito. Adesso non sarà più così… adesso sei tu il più giovane della Shinsengumi!- il capitano scoppiò a ridere e si voltò per la prima volta verso Kamui, che fin ad allora lo aveva ascoltato come in trance-Mi toccherà squarciarmi il ventre per permettere al tuo bel visino di far dannare qualche altro povero disgraziato, come Segawa-san!-
- Signore, io non credo che la Shinsengumi verrà sconfitta!- gridò Kamui inchinandosi di colpo e rialzandosi subito, così come si usava fare per rispondere ad un comando.
- No, neanch’io, Kamui-kun! Era solo per scherzare!- lo canzonò il capitano rialzandosi in piedi. Kamui arrossì di colpo- D’altra parte non credo neanche che spirerò davvero dandomi dignitosa morte- La mano destra, con la quale Monou aveva coperto la bocca, era sporca di sangue e, diversamente da altre volte, non fece nulla per nasconderla alla vista del giovane cadetto.
- Che dice il medico della Shinsengumi?-
- Si è limitato a darmi tisane dal gusto acre e dalla puzza insopportabile ed a dirmi di stare a riposo, cosa del tutto impossibile per il mio temperamento!-
- Signore, state dicendo che a tutt’oggi non avete trovato un rimedio per il vostro male?-
- Non me ne curo molto, finché riesco a tenere la katana in mano e continuare a vincere i duelli, il problema sorgerà il giorno che non potrò più combattere. Per mia fortuna la guerra è prossima, così, se gli dei mi assisteranno, morirò con la spada in mano e grondante di sangue di quanti più nemici mi sarà possibile. Meglio, ad ogni modo, che morire in un letto a sputar sangue, neanche fossi una cortigiana!-
- Io non vorrei mai che voi moriate, capitano!-
- Kamui-kun, tutti moriamo prima o poi, per un samurai l’ideale è andarsene in combattimento, o no?-
Kamui abbassò lo sguardo e non rispose, si pentì di aver pronunciato quelle parole e fece per andarsene.
- Kamui-kun, adesso quella tisana calda la gradirei… altrimenti temo che nessuno dei due riuscirà a dormire stanotte!-
Kamui si voltò e s’inchinò lievemente verso il suo signore per partire alla volta delle cucine, grato di aver un compito da assolvere. Fuma lo vide allontanarsi: i capelli fluttuanti stretti nella alta coda, le maniche dello yutaka come ali di farfalla ondeggiare intorno a quella esile figura. Sorrise: il ragazzo aveva la stessa energia e la stessa venerazione nei suoi confronti, che aveva avuto lui quando era diventato lo scudiero di Seishiro-san. Gli venne così il dubbio che l’obbligo del viaggio ad Edo fosse tutta una scusa, non una punizione ma un regalo, uno dei tanti modi assurdi che aveva il comandante per dimostrargli il suo affetto. Scacciò il pensiero. Aveva votato la sua vita alla causa della Shinsengumi e al raggiungimento della perfezione nel Bushido, non avrebbe permesso neanche ad un ragazzo carino come Kamui-kun di distoglierlo dal compimento del suo progetto. Aveva chiuso il suo cuore agli uomini cinque anni prima e non sarebbe tornato indietro, la sua era una strada tutta in salita ma degna di essere ricordata, proprio come i valorosi Quarantasette che riposavano all’ombra degli aceri secolari, lì accanto alla tomba del damnyo che avevano vendicato.

 

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Questo capitolo è stato usato per il prompt 026. Compagni di squadra della mia Big Damn Table