
A mezzogiorno i cavalli furono sellati e caricati con
le sacche per il viaggio. Kamui notò che né l’umore né la salute del suo
capitano erano migliorati di molto, segno che non aveva avuto neanche il tempo
per riposare un poco prima di mettersi in viaggio. Il cuore di Kamui esultava
all’idea di essere stato nominato scudiero del capitano Monou, anche se, a
pensarci bene, era ormai grande per ricoprire quell’incarico e forse Monou
ancora troppo giovane per avere uno scudiero alle sue dipendenze. Sembravo più
due compagni della stessa scuola marziale nei loro kimono semplici e senza
stemmi (viaggiare con la divisa della Shinsengumi fuori dalla città di Kyoto
non era raccomandabile negli ultimi tempi) e con le loro capigliature ancora
lunghe. I capelli corvini di Fuma, legati nell’alta coda, ondeggiavano
sfiorando il colletto del kimono al ritmo cadenzato del trotto e cavallo e
cavaliere sembravano un tutt’uno sulla strada polverosa che attraversava le
campagne verso sud. Kamui si tenne rispettosamente indietro di alcuni metri e
si perse quasi del tutto il panorama del viaggio, così preso dalla sue
elucubrazioni sulla possente presenza del capitano a cavallo. Fuma non si
voltò neanche una volta da quando era montato in sella e si limitò a tenere a
mente il rumore degli zoccoli del destriero nero per sapere che Shiro era
ancora dietro di lui. Non parlarono se non lo stretto necessario per decidere
che strada percorrere, né Fuma intavolò alcun tipo di discorso diverso: gli
bruciavano ancora le parole del comandante Sakurazuka ed ancora una volta
l’amore-odio che nutriva per quell’uomo accecava i suoi sensi ed inibiva ogni
tentativo di concentrarsi su qualcosa altro.
Il sole iniziò a tramontare nei pressi del famoso santuario dei
Ronin di En-ya,
cosa che Fuma aveva previsto, e così i due viaggiatori smontarono da cavallo e
cercarono alloggio presso una delle locande che sorgevano ai piedi del tempio,
metà ogni anno di migliaia di pellegrini. Fin da quando era stato in grado di
cavalcare da solo, Fuma era venuto al santuario almeno una volta all’anno;
aveva già compiuto il rituale viaggio durante l’estate precedente, ed ora,
visto che era costretto a recarsi ad Edo, aveva deciso di fermarsi lì ancora
una volta. Avrebbe acceso gli incensi, pregato preso la tomba dei
Quarantasette e praticato la meditazione zen, in modo di presentarsi al meglio
a casa di suo padre; sperava, non secondariamente, che un po’ di riposo
avrebbe messo fine a quella tossetta stizzita, che non lo aveva più
abbandonato.
I futon di cotone grezzo furono stesi e la graziosa serva della locanda accese
la lampada ad olio. La ragazza adagiò la lampada in un angolo e si inchinò ai
due ospiti.
- Serve altro?- chiese con aria vagamente civettuola.
- Fa preparare il bagno- ordinò il capitano Monou entrando nella stanza
assegnatagli ed iniziando ad ispezionarne il contenuto. Quando fu certo che
l’ambiente fosse sicuro e che le vie di fuga fossero sgombre e praticabili,
poggiò la spada a terra e si sedé sospirando. Chiuse gli occhi: era stata una
giornataccia.
Kamui si accomodò al suo fianco aspettando che il capitano si decidesse a dire
qualcosa, ma Monou sembrava essersi dimenticato della sua presenza. Il ragazzo
provò ad aprire bocca un paio di volte, ma sempre si ritrovò senza parole:
nulla di quello che aveva da dire gli sembrava abbastanza importante per
distogliere il suo signore dai suoi pensieri.
Ad un tratto, Fuma, senza neanche alzare le palpebre, batté il palmo della
mano sul tatami, a pochi centimetri dalla coscia dello scudiero.
- So che ci sei- disse sorridendo- Ti ascolto, parla-
- No, capitano, io davvero non…- balbettò il ragazzo senza riuscire a
formulare una frase di senso compiuto.
- Spiace anche a me di non poterti offrire una soluzione più comoda per la
notte, ma non ho che pochi denari nella sacca e vorrei farli bastare anche per
il ritorno. Ora, perciò, porta un poco di pazienza e sopportami per questa
notte- Riaprì gli occhi giusto il tempo di vedere che effetto avevano prodotto
sul suo accompagnatore quelle parole e li richiuse subito dopo. Kamui si sentì
esattamente come un bambino rimproverato perché troppo capriccioso.
- E’ un onore per me dividere la stanza con il mio capitano!- sentenziò
inchinandosi cerimoniosamente. Fuma alzò le spalle e liquidò al questione. Non
si dissero molto altro fino all’ora di cena.
La stanza era satura di odori dolci e freschi: i kimono puliti, i corpi
ritemprati da un bagno termale, dopo un’intera giornata passata a cavalcare,
l’odore di essenza di gelsomino che saliva dalle sale sottostanti della
locanda, dove geishe e cameriere allietavano la serata dei viaggiatori più
ambienti, il sapore di una buona zuppa di miso, tutto questo contribuì a
mettere di buon umore Fuma e di conseguenza a dissipare, in parte, la
soggezione che questi esercitava su Kamui. Così quando il fatidico momento di
coricarsi arrivò, nessuno dei due si ritrovò a dover affrontare tristi ricordi
del passato.
Era ormai molto tempo che Fuma non divideva la stanza con un’altra persona e
ci mise del tempo ad abituarsi al respiro regolare dell’altro nel silenzio
della notte.
Anche Kamui, per un altro verso, ebbe difficoltà a dormire: era proprio
l’inaspettato silenzio, dopo mesi a dormire in una camerata con decine di
altri uomini, che lo disturbava e poi, proprio quando sembrava aver
condizionato l’orecchio alla quiete, la stanza fu scossa da colpi di tosse
sempre più forti, tanto che da semplice fastidio, divenne vera preoccupazione,
tale da costringere Kamui a tirarsi a sedere nel letto.
- Capitano?- sussurrò nel buio.
- Non è niente, Kamui-kun, torna a dormire-
- Non posso, capitano-
- Capisco-
Sentì il fruscio delle coperte e poi quello di piedi nudi sul tatami ed infine
gli shoji aprirsi e richiudersi. Tornò il silenzio, ma ormai Kamui non poteva
davvero più dormire. Così quelle voci, appena sussurrate nei corridoi o in
sala mensa, erano vere: uno strano male affliggeva il capitano della prima
divisione dalla Shinsengumi.
Se, in un’altra occasione, Kamui avrebbe lasciato correre e sarebbe tornato a
dormire, adesso capì che il suo nuovo ruolo di scudiero gli imponeva di fare
qualcosa, anche se non sapeva bene cosa. Si alzò e prese un tanzen dalla sacca
del capitano, poi uscì a cercarlo.
Era seduto sull’engawa verso il giardino di camelie della locanda: con una
mano sgranava il rosario, con l’altra si copriva la bocca, gli occhi erano
rivolti nel buio in direzione del mausoleo dei Quarantasette Ronin, le spalle
sussultavano a ritmo dei colpi di tosse. Kamui s’inginocchiò senza far rumore
e poggiò il tanzen, che aveva tenuto stretto al petto per scaldarlo, sulle
spalle del capitano e prese a massaggiare la schiena nel tentativo di placare
o almeno alleviare gli spasmi muscolari.
- Volete che vi faccia preparare una tisana calda?-
- Le erbe non fanno effetto da un pezzo, ormai- rispose secco il capitano.
- Allora andrò a chiamare un medico- soggiunse Kamui risoluto.
- Ne vedrò uno bravo al mio arrivo a casa. Sono certo che Yuto-san avrà fatto
pervenire a mio padre una lettera in cui gli spiega le mie reali condizioni di
salute- cadde poi il silenzio e l’unica cosa che continuò a muoversi furono le
stelle tremolanti in quel cielo scuro di metà inverno.
- Il più giovane dei congiurati di En-ya non aveva diciotto anni quando
riuscirono a vendicare il loro damnyo- disse ad un tratto Fuma indicando con
un dito l’ombra nera del grande santuario- Lo shogun accordò a tutti il
permesso di morire per propria mano e questi fecero seppuku, però decise che
colui che avrebbe potuto vivere più a lungo, se non avesse preso parte alla
congiura, ovvero il giovane Terasaka Kichiemon, doveva onorare con la sua vita
la morte dei suoi compagni, perché solo chi aveva saputo dimostrare la propria
lealtà e il proprio coraggio con tanto ardore pur di veder trionfare la
Giustizia, poteva degnamente officiare i riti e le offerte alla memoria di
quei valorosi- Fuma fissava l’imponente struttura di legno e pietra che era il
sacello dove si veneravano le spoglie dei Quarantasette Eroi- Per una qualche
sciocca e presuntuosa ragione, quando mi unì alla Shinsengumi, pensai che, in
caso di nostra disfatta, l’imperatore avrebbe potuto accordare a Seishiro-san
e agli altri l’onore del suicidio rituale, visto le loro indubbie doti di
lealtà e coraggio, ed essendo io il più giovane, come un novello Kichiemon-san,
avrei avuto l’onore e l’onere di assolvere allo stesso compito. Adesso non
sarà più così… adesso sei tu il più giovane della Shinsengumi!- il capitano
scoppiò a ridere e si voltò per la prima volta verso Kamui, che fin ad allora
lo aveva ascoltato come in trance-Mi toccherà squarciarmi il ventre per
permettere al tuo bel visino di far dannare qualche altro povero disgraziato,
come Segawa-san!-
- Signore, io non credo che la Shinsengumi verrà sconfitta!- gridò Kamui
inchinandosi di colpo e rialzandosi subito, così come si usava fare per
rispondere ad un comando.
- No, neanch’io, Kamui-kun! Era solo per scherzare!- lo canzonò il capitano
rialzandosi in piedi. Kamui arrossì di colpo- D’altra parte non credo neanche
che spirerò davvero dandomi dignitosa morte- La mano destra, con la quale
Monou aveva coperto la bocca, era sporca di sangue e, diversamente da altre
volte, non fece nulla per nasconderla alla vista del giovane cadetto.
- Che dice il medico della Shinsengumi?-
- Si è limitato a darmi tisane dal gusto acre e dalla puzza insopportabile ed
a dirmi di stare a riposo, cosa del tutto impossibile per il mio
temperamento!-
- Signore, state dicendo che a tutt’oggi non avete trovato un rimedio per il
vostro male?-
- Non me ne curo molto, finché riesco a tenere la katana in mano e continuare
a vincere i duelli, il problema sorgerà il giorno che non potrò più
combattere. Per mia fortuna la guerra è prossima, così, se gli dei mi
assisteranno, morirò con la spada in mano e grondante di sangue di quanti più
nemici mi sarà possibile. Meglio, ad ogni modo, che morire in un letto a
sputar sangue, neanche fossi una cortigiana!-
- Io non vorrei mai che voi moriate, capitano!-
- Kamui-kun, tutti moriamo prima o poi, per un samurai l’ideale è andarsene in
combattimento, o no?-
Kamui abbassò lo sguardo e non rispose, si pentì di aver pronunciato quelle
parole e fece per andarsene.
- Kamui-kun, adesso quella tisana calda la gradirei… altrimenti temo che
nessuno dei due riuscirà a dormire stanotte!-
Kamui si voltò e s’inchinò lievemente verso il suo signore per partire alla
volta delle cucine, grato di aver un compito da assolvere. Fuma lo vide
allontanarsi: i capelli fluttuanti stretti nella alta coda, le maniche dello
yutaka come ali di farfalla ondeggiare intorno a quella esile figura. Sorrise:
il ragazzo aveva la stessa energia e la stessa venerazione nei suoi confronti,
che aveva avuto lui quando era diventato lo scudiero di Seishiro-san. Gli
venne così il dubbio che l’obbligo del viaggio ad Edo fosse tutta una scusa,
non una punizione ma un regalo, uno dei tanti modi assurdi che aveva il
comandante per dimostrargli il suo affetto. Scacciò il pensiero. Aveva votato
la sua vita alla causa della Shinsengumi e al raggiungimento della perfezione
nel Bushido, non avrebbe permesso neanche ad un ragazzo carino come Kamui-kun
di distoglierlo dal compimento del suo progetto. Aveva chiuso il suo cuore
agli uomini cinque anni prima e non sarebbe tornato indietro, la sua era una
strada tutta in salita ma degna di essere ricordata, proprio come i valorosi
Quarantasette che riposavano all’ombra degli aceri secolari, lì accanto alla
tomba del damnyo che avevano vendicato.
Questo capitolo è stato usato per il prompt 026. Compagni di squadra della mia Big Damn Table