
Bruciava il fuoco al centro della stanza: il braciere era un quadrato fatto
di pietre e mattoni che occupava quasi la metà della sala, intorno erano posti
i cuscini, ormai mezzi stracciati e calpestati; in un angolo, sotto la
finestra ora sbarrata dalle persiane, un lavello in pietra dove erano state
riposte le stoviglie della cena e l’otre con l’acqua potabile, rovesciato a
terra a pochi passi dal coperchio rotolato via. Lo sguardo non aveva su che
fermarsi, tutto era un caos terribile, già la casa era quanto mai semplice e
spartana, ora anche vagamente fatiscente. La stanza non aveva tatami a terra,
che erano stati riservati al solo ambiente per la notte, ma terra battuta di
uno strano colore grigio-nero, come la terra di quella montagna, e ora orme di
sandali l’attraversavano in ogni direzione. Fuori il mondo si era fermato,
pensò Fuma, trattenne perfino il respiro per cercare di captare un qualche
rumore, passi, fruscii di vesti, ma la neve era così fitta che nemmeno i lupi
si azzardavano a girare quella notte. Dopo la sorpresa della mattina era
tornata la calma, la missione punitiva era composta da soli nove uomini, i cui
cadaveri erano ormai sepolti da cinquanta centimetri buoni di neve, non
c’erano altri nemici nei paraggi, altrimenti sarebbero già arrivati. Fissò la
porta sconnessa che a malapena chiudeva la notte fuori dalla stanza; spirava
un vento gelido, doveva essere vicina l’ora del drago, si disse, dalla
posizione della luna ormai bassa nel cielo bianco di nevischio, che si vedeva
dagli shoji squarciati. Gettò poi uno sguardo alla camera attigua: Kamui
dormiva, quel ragazzo aveva il sonno di un neonato, disse scuotendo la testa,
pessima scelta come scudiero, doveva rinfacciarlo a Seishiro-san…
Già Seishiro-san…
Si toccò la nuca ormai nuda e un brivido gli percorse la schiena mentre il
vento si intrufolava nello scollo dello yutaka. I suoi bei capelli recisi in
modo tanto stupido, come aveva fatto a distrarsi? Se solo quello sciocco
ragazzo non si fosse messo a gridare come una dama isterica…
Rise, non era poi tanto dispiaciuto della scelta del suo scudiero, anche se
come spadaccino si era rivelato una delusione: era molto più bravo nella
tranquillità del dojo che sul campo di battaglia, chissà se il comandante lo
aveva capito? Seishiro-san aveva l’occhio lungo per i bei ragazzi… sì, ma
sapeva distinguere un vero samurai da un bamboccio che si agita con la shinai
scimmiottando un vero guerriero… allora a cosa pensava quando aveva scelto
Shiro l’estate scorsa? E lui a che pensava? Non lo aveva forse messo alla
prova e giudicato capace ed idoneo? Aveva infinocchiato tutta la Shinsengumi
quel ragazzino, rise scrollando il capo; d’altra parte non era il primo
talentuoso kendoka che si perdeva davanti ad un vero nemico e bisognava dargli
atto che si era battuto quantomeno decentemente durante l’agguato teso da
Choschu poco ore prima. Ciò che frenava Kamui-kun, e come lui molti altri
nobili guerrieri che aveva incontrato, era il coinvolgimento emotivo: vedendo
minacciati i propri affetti o i propri averi perdevano la necessaria calma e
cadevano facile preda dell’ansia. Per questo si sconsigliava ad ogni giovane
che intendesse seguire il
Bushido e farne la ragione della propria esistenza
di non legarsi troppo presto ad una donna, metter su famiglia e regolarizzare
la propria esistenza: solo i cani sciolti, senza padrone e senza affetti,
potevano vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, sempre pronti all’estremo
sacrificio in nome dell’Onore e della Giustizia. Il Bushido era una strada da
percorrere in solitudine. Non di rado, cedendo alle necessità della carne,
questi valenti Eroi si lasciavano andare a terribili storie d’amore tra di
loro, terribili perché spesso sfociavano in omicidi e vendette: poteva fare
più danni un giovane scudiero prestante di un’intera armata di ninja! Fuma si
era tirato fuori da questo tipo di mischia da tempo, anzi, si può dire che non
vi aveva mai preso parte, e aveva sempre giudicato deboli o perversi tutti
coloro che si dedicavano al
Wakashudo. Tendenzialmente trovava meno
disdicevole l’amore tra Yuto e Kanoe-mama, che pur distraeva Kigai dai suoi
doveri e lo aveva quasi condotto alla rovina, quando l’allora okasan di Kanoe
aveva scoperto la tresca, che quello più tranquillo e sereno tra Seishiro-san
e Sumeragi-san, ma solo perché immaginava fin troppo bene cosa facessero quei
due assieme a letto e si sforzava di capire come poteva lo sciamano vendere il
suo corpo in cambio del benessere e l’agio che il comandante gli assicurava.
L’amore era un concetto del tutto estraneo al pensiero e alla vita del giovane
capitano, tanto da non prenderlo mai in considerazione in quelle occasioni,
come ora, in cui cercava di darsi una spiegazione dell’agire umano.
Si alzò rabbrividendo e uscì per prendere della legna e tornò in casa.
Noncurante del rumore che avrebbe prodotto, prese a fissare le assi alla
porta, avrebbero fermato il vento, quantomeno. Esattamente come si attendeva,
Kamui si alzò dal futon e si affacciò dalla camera da letto: aveva lo sguardo
assonnato, i capelli sciolti ricadevano sulle spalle, arruffati e sporchi:
c’era ancora uno schizzo di sangue rappreso lungo la linea del collo
bianchissimo.
- Così dovrebbe andare un po’ meglio- disse Fuma per rispondere allo sguardo
interrogativo dell’altro.
- Occorreva farlo nel cuore della notte?-
- Mi era passato il sonno-
- Capisco, ma io dormivo benissimo-
Fuma si limitò a ridere ed uscì di nuovo, lasciando la porta spalancata. Kamui
fu colpito in pieno da una folata di vento gelido e si chiuse lo yutaka al
petto con ambo le mani.
- Metto su dell’acqua per bollire un po’ di zuppa, non so tu, ma io muoio di
fame… abbiamo dormito di giorno, mangeremo di notte!- disse Fuma rientrando
con la legna da ardere tra le braccia. Kamui sbuffò ma si prodigò per dargli
una mano e in breve si ritrovarono davanti ad un bel fuoco scoppiettante e un
calderone d’acqua che bolliva allegro, con due tazze di zuppa pronte per
essere assaporate.
- Ora che l’acqua calda c’è, vorresti farti un bagno, Kamui-kun? Sei ancora
sporco di sangue- ruppe il silenzio ad un tratto il capitano, allungando una
mano ad accarezzargli la pelle sulla giugulare.
Kamui rabbrividì appena a quel tocco e poi prese la mano calda e grande e
l’avvicinò al viso per strofinarci il suo, come un gattino. I suoi occhi viola
erano accesi di una luce tremolante, riflesso della fiamma che danzava
ipnotica nel braciere. Le ombre erano violente e nette, dividevano la stanza
in due parti ben distinte: buio cupo e luce rossa. Il caos e i cocci della
battaglia erano stati inghiottiti dall’oscurità, ma loro due erano immersi in
quella luce irreale, come se l’attimo stesso che stavano vivendo non fosse che
un sogno, dai contorni confusi e tremolanti, proprio come il fuoco
scoppiettante, fulcro di luce e calore. Le gote del giovane scudiero si
infiammarono, poteva essere il caldo o l’emozione, poteva essere che lo avesse
solo immaginato, ma la guancia contro la sua mano era morbida e liscia, e gli
occhi lo fissavano da sotto le palpebre abbassate, come quelli di un cucciolo
che aspetta un cenno del padrone per poter far le feste e scodinzolare felice.
Fuma capì, allora, che c’era dentro fino al collo e che indietro non sarebbe
più tornato. Non ci sarebbero più state notti in solitudine o lunghe ore di
meditazione per ritrovare la calma e la concentrazione, non sarebbe più
bastato a se stesso, non sarebbe più stato un cane sciolto: da quel momento in
poi avrebbe avuto qualcuno di cui occuparsi, qualcuno che sarebbe dipeso da
lui e dal quale lui sarebbe dipeso. La morte iniziò a spaventarlo e a
desiderare di aver più tempo, più tempo per vivere, amare, gioire e
accarezzare quella guancia morbida e liscia.
Ad un tratto, Fuma Monou disse una cosa che non avrebbe mai immaginato che
avrebbe detto ad un altro uomo.
- Andiamo di là… questa notte lasciamo che fioriscano i lillà-
Kamui annuì e si lasciò condurre per mano fino al futon lasciato disfatto
nella stanza accanto.
Il fuoco continuò a scoppiettare allegro al centro del braciere minacciato dal
vento che spirava attraverso gli spiragli lasciati dalle assi assemblate alla
bene e meglio, finché pian piano la legna non si consumò per intero e, non
giungendo nessuno a rianimarlo, si spense tra gli ultimi scoppiettii della
brace rovente.
Questo capitolo è stato usato per il prompt 052. Fuoco della mia Big Damn Table