
Dopo l’agguato di Ikedaya (luglio 1864)
I fiori
attendono la prossima primavera,
Sperando che le stesse mani li carezzeranno
Ma i cuori degli uomini non saranno più gli stessi,
E voi saprete solo che tutto cambia,
Oh poveri amanti.
(poesia cinese)
Kyoto era immobile nella calura
dell’estate, appena udibili i grilli nei prati e rari uccelli volavano ad
un’ombra all’altra. Gli uomini si nascondevano nelle case, nella penombra
delle stanze, dietro i ventagli appena capaci di dare un qualche sollievo, si
muovevano solo per andare alla ricerca di una vaga brezza che muovesse le
foglie smeraldo degli aceri e dei ciliegi. Con un simile clima, il massimo che
si potesse tollerare di indossare era lo yutaka di cotone fino, e talvolta
perfino quello era di troppo.
Seishiro Sakurazuka era immobile davanti agli shoji aperti, così provato dalla
calura da non aver neanche la forza di leggere le lettere e i resoconti. Kyoto
era tranquilla, i nemici del bakufu (1) stavano ancora leccandosi le
ferite dopo che la Shinsengumi aveva sventato il complotto al ryokan Ikedaya
(2), la stima dovuta a lui e ai suoi uomini immensamente accresciuta
dopo quella notte, e ora, dopo giorni di attesa, anche il capitano Monou si
stava riprendendo. Kigai lo costringeva ancora a letto, ma sapeva che era
questione di tempo prima di rivederlo al dojo ad allenarsi. Decise di andare a
sincerarsi di persona delle reali condizioni del suo ex scudiero.
L’aria era immobile, il sole del meriggio picchiava sui tetti neri del tempio,
rilasciando un calore palpabile, il silenzio era pressoché irreale. Fuma Monou
sedeva sul futon, solo un lenzuolo leggero a coprirgli le gambe, lo yutaka
estivo aperto sul petto, l’obi allentato dai movimenti notturni, i capelli
insolitamente sciolti. Stava aspettando che una delle domestiche lo aiutasse a
lavarsi: desiderava togliersi l’odore delle medicine e della febbre dalla
pelle e la sua chioma ribelle necessitava di qualche cura. Era una seccatura
portare i capelli così lunghi, ormai superavano la linea delle spalle, ma non
aveva intenzione di tagliarli, perciò una volta o due al mese si sottoponeva
allo strazio di farli lavare e pettinare da una delle serve del tempio, e
sopportava i sospiri deliziati di questa con uno sforzo titanico. In nessun
caso si sarebbe fatto sorprendere in quel atteggiamento così intimo da
qualcuno dei samurai della Shinsengumi: mostrare i capelli sciolti era come
mettere a nudo la sua anima!
Come detto, Fuma non aspettava nessuna visita quella mattina, perciò quando
bussarono sullo stipite degli shoji, pensò che altri non poteva essere che la
domestica; non alzò neanche la testa dal manoscritto che stava leggendo.
- Avanti- la voce del capitano Monou era ilare e serena come nei giorni
antecedenti al malore, perciò Seishiro aprì le porte con sollievo, del tutto
impreparato alla scena che gli si parò davanti: il sole, attraverso le
imposte, incorniciò con i suoi raggi il corpo del giovane, così
inconsapevolmente lascivo con quello yutaka che scopriva più che coprire, e
una cascata di capelli di un nero lucente, il cui odore gli invase le narici
con prepotente oltraggio. Una scossa gli attraversò la schiena e sentì il
sangue fluirgli violentemente ai lombi.
- Non avevo idea che fossero diventati così lunghi-
Fuma alzò il capo solo in quel momento e vide il comandante Sakurazuka fermo
sull’uscio, ancora la mano appoggiata sul pannello scorrevole, che lo guardava
come se fosse stata la prima volta. Istintivamente, Monou si voltò per
recuperare il nastro con cui legare la coda e con l’altra mano strinse al
petto i lembi dello yutaka, ma prima che potesse armeggiare per passare la
stoffa tra i capelli, Seishiro gli arpionò entrambe le mani.
- Lasciami!- Per tutta risposta Sakurazuka strinse a sé il ragazzo ispirando
l’aroma acre della chioma schiacciata sul suo viso - Bastardo, ho detto
vattene!- inveì ancora Fuma divincolandosi. Se fosse stato completamente
ristabilito si sarebbe sbarazzato dell’uomo con una certa facilità, ma la
presa di Seishiro era salda e lo conosceva così bene da sapere che non lo
avrebbe lasciato libero finché non avesse deciso lui. Di fatti, una mano
stranamente fredda si avventurò nello scollo della veste e si fermò
all’altezza dell’ombelico, dove una cicatrice lunga un palmo restava a monito
del tentativo di suicidio perpetrato dal ragazzo quattro anni prima. Seishiro
accarezzò fugacemente il cordolo e lasciò la presa.
- Questa cosa qui, non diciamola a Yuto-san- si alzò e sparì oltre gli shoji.
Fuma restò immobile chiedendosi se dovesse piangere o spaccare tutto.
Questa fanfiction partecipa al Meme di Marzo di michiru_kaiou7 con il prompt [Lista quattro: La festa del papà] 05. "Però non dirlo alla mamma!"
Note:
(1) Bakufu: il governo centrale, retto dallo Shogun a cui la Shinsengumi era
fedele
(2) Il complotto al ryokan Ikedaya: noto anche come l'Affair Ikedaya o
l'agguato a Ikedaya. Nel luglio del 1864 la shinsengumi sventò un tentativo di
rapimento ai danni dell'imperatore e di appiccare il fuoco alla città di Kyoto
da parte dei. L'episodio ebbe grande rilievo e continua ancora oggi ad essere
una pagina famosa della Storia giapponese.