diario di un segreto ~ Estranei ~

 

Il cielo era gonfio di pioggia quella mattina di settembre, nuvole grigio perla gravavano come cappelli sulla testa della gente, eppure l’aria era ancora gradevolmente calda per quello scampolo tardivo d’estate. Il quartiere dove sorgeva il tempio Nishiongen, brulicava di mercanti  ed artigiani già dalle prime ore del mattino e le loro voci si mischiavano in un’eco fastidiosa e rozza che, incurante del rispetto dovuto al luogo, oltrepassava le alte mura del tempio e veniva a turbare la quiete al di qua della cinta. La Shinsengumi si stava preparando, come tutti, all’imminente arrivo dell’autunno. Ovunque nel tempio era un continuo battere, montare, smontare, dipingere e spostare mobilio. La vetusta costruzione doveva essere tirata a lucido e preparata a sopportare un lungo e freddo inverno. Eppure nel lato sud del cortile principale, dove alloggiava la prima divisione, regnava un’insolita calma e un silenzio quasi totale, eccetto per il brusio indistinto che proveniva dall’esterno, nessuno osava nemmeno rifare le camerate dopo la notte finché il capitano Monou non si fosse alzato da letto. Ormai, tornato da Tokyo, non era più un mistero per nessuno che fosse malato, benché nessuno dei suoi uomini osasse credere che fosse un male incurabile; loro tutti pregavano per una pronta guarigione. Per questo motivo era ormai consuetudine che la prima unità non svolgesse i suoi incarichi alle prime ore del mattino o di notte, quando l’aria si faceva pungente ed umida, ma solo dopo il terzo canto del gallo. Non appena un servo avesse aperto le imposte dell’appartamento del capitano, Yamazaki-san, il veterano del reggimento, avrebbe dato ordine di iniziare i lavori. Quella mattina di grigio tepore settembrino, fu proprio il vociare dei mercanti a svegliare Fuma, che contrariato gettò la coperta del futon di lato e chiamò il servitore. Nemmeno Yamazaki-san o Yuto-san potevano impedire a Hishigata, il mercante di stoffe, di strillare come una poiana ferita le qualità della sua mercanzia alle donne del quartiere. Quel dannato piazzava il carretto sempre all’angolo del tempio, a meno di due saku  in linea d’aria dalla sua camera.

- No, non puoi uccidere Hishigata-san solo perché ti ha svegliato con la sua vocetta petulante!- lo rimbrottò Kamui senza neanche salutarlo.

- Buongiorno anche a te- biascicò acido Fuma.

- Scusa-

Kamui richiuse il fusuma dietro di sé e si accomodò su un cuscino a poca distanza dal futon del capitano; indossava già la divisa d’ordinanza. L’altro futon, quello che usava per la notte, era già stato ripiegato. La versione ufficiale era che Shiro-kun, in qualità di scudiero di Monou, aveva accesso alle sue stanze private e si occupava di ogni bisogno del capitano. Aveva a disposizione una piccola stanza, confinante con quella principale, ma per lo più non la usava mai. Ad ogni modo per salvare le apparenze, a cui Fuma-san sembrava tenere tanto, ogni mattina al primo canto del gallo, Kamui lasciava Fuma ancora addormentato, di solito dopo una notte quasi insonne a causa della tosse, e si preparava nell’altra stanza. All’inizio Fuma si era imposto di alzarsi con Kamui e di esser pronto prima dei suoi uomini, come usava fare prima dell’estate, ma ben presto si rese conto di aver bisogno di riposare più di prima e, con sua grande sorpresa, che i suoi uomini erano lieti di viziarlo un poco. L’ultima volta che si era alzato con il primo gallo, Yamazaki-san e gli altri si erano talmente dispiaciuti di averlo svegliato prima del dovuto, che nessuno della prima divisione aveva più parlato per una settimana e un silenzio da ospedale era piombato sull’ala sud. Fuma lo aveva trovato così ridicolo ed indisponente da starsene a letto ben oltre il secondo cambio di guardia.

- Sei di turno per la ronda?- chiese il capitano al suo scudiero. Kamui annuì semplicemente mentre lo aiutava ad indossare il tanzen sopra lo yutaka da notte. Il servitore entrò con la bacinella d’acqua calda per la barba e tolse gli amado, la fioca luce di settembre illuminò la stanza. Poco dopo si udì la voce di Yamazaki richiamare gli uomini al lavoro, seguita dai primi colpi di martello: la giornata era iniziata.

Un secondo servo entrò con la colazione, Kamui era ormai di troppo e senza aggiungere altro si ritirò. Quella era la loro routine, si disse Kamui, avviandosi a mensa: era rassicurante e lo rendeva felice quel condividere con Fuma una serie di gesti semplici sempre immutati mattina in mattina.

 

Volgeva il mezzogiorno, la luce era schermata dalla coltre di nuvolaglie giallognole, ma l’afa era palpabile e si sudava sotto l’armatura d’ordinanza. Kamui camminava in un gruppetto di sei uomini che facevano la ronda intorno al santuario Yasaka. La gente si scostava al loro passaggio, alcuni inchinandosi, altri trattenendo un’imprecazione (ormai  i sostenitori della fazione imperialista erano molto presenti anche nell’antica capitale). Kamui e gli altri  gettavano sguardi a destra e a sinistra in cerca di tipi sospetti o atti illeciti, non avevano un obbiettivo preciso, dovevano solo far vedere alla popolazione che la Shinsengumi c’era ed era ancora in grado di mantenere l’ordine in città.

Fu nei pressi del settimo ponte sul Kamo, uno di quelli che immettevano nell’hamanachi, che lo vide e per poco non lo riconobbe.

Il capitano Monou camminava tra la folla con un'insolita aria rilassata, uno yutaka azzurro che non ricordava di avergli mai visto, le braccia incrociate e nascoste nelle ampie maniche del vestito, i capelli pettinati e in ordine come rarissime volte riusciva a portarli.
Kamui era lontano due o tre saku e c'era molta gente, ma non poteva che esser lui. Perché non gli aveva detto che sarebbe uscito? E perché non indossava la divisa?
Intanto Fuma aveva attraversato il ponte e svoltava verso Gion, il battiglione di Kamui era diretto dalla parte opposta. Il ragazzo gettò un ultimo sguardo verso il suo compagno e gli parve d'intravedere la sagoma di una donna parlare con Monou, ma non ebbe modo di vedere meglio.
Per il resto della mattina, Kamui cercò di assolvere ai suoi doveri e di non pensare a quell'apparizione, c'era un milione di motivi per cui il capitano stesse andando a Gion in borghese (e lui non era a conoscenza di nessuno di essi).

 

Prima di rientrare in caserme Shiro e un suo compagno furono inviati presso una delle case da tè dell'hamanachi a ritirare una missiva che veniva dalle spie di Sakurazuka nei territori di Choshu. Kamui restò come palo fuori dalla locanda, in un punto in cui poteva tener d'occhio sia l'ingresso dell'edificio che la strada; poteva, così, udire il mormorare del Kamo alle sue spalle e gettare uno sguardo al ponte che portava al tempio principale del quartiere.
Improvvisamente, per la seconda volta nel corso di quella mattinata, un irriconoscibile capitano Monou apparve sulla sommità del ponticello. Kamui si voltò di scatto e già sollevava il braccio per richiamare la sua attenzione che l'entusiasmo gli morì in gola: una donna, giovane e carina, lo seguiva a poca distanza. Fuma dava l'impressione di conoscerla bene e di avere una certa intimità con lei. La ragazza non poteva avere più di diciotto anni, o anche meno, ma vestiva già come una donna sposata: indossava un kimono fiorato di buona qualità e zori laccati. Non aveva l'aria di esser una geisha: il viso pulito e lo sguardo basso tradivano un'educazione severa, da moglie irreprensibile.
Kamui restò immobile una frazione di secondo con il braccio a mezz'aria prima di riaversi e voltarsi per dare le spalle a quella scena così fuori luogo. Condivideva con Fuma una routine rassicurante e senza imprevisti; si sentì fuori posto a sorprendere una persona cara in una diversa dalla loro quotidianità condivisa. Si rintanò sotto la tettoia della locanda, scomparendo alla vista di chi veniva dal ponte. Non voleva dover affrontare quel Fuma estraneo e, peggio ancora, scoprire chi fosse quella donna. Era cosciente di non sapere molto della vita privata del suo comandante, il suo passato era una terra straniera e lui non gli aveva mai domandato nulla al riguardo. Aveva dato per scontato che Fuma non fosse sposato, per via della sua giovane età, ma in effetti non poteva saperlo con sicurezza. Sia Sakurazuka-san che Kigai-san, così come molti altri membri della prima ora della Shinsengumi, avevano una famiglia nel villaggio di Mibu. Trovando ridicolo che quella ragazzina potesse essere la moglie di Fuma, doveva essere la moglie di una parente o una cugina, forse una sorella, ma se le cose stavano così, perché non gli aveva detto di quell'incontro? Perché Fuma non gli aveva parlato di quella donna?

 

Il capitano Monou rientrò a Nishiongen al tramonto con la sua solita espressione di noncuranza e il suo sorrisetto sarcastico. Cenò con gli altri capitani facendo finta, come sempre, di essere interessato alla politica del Paese: annuì agli incitamenti patriottici di Sakurazuka-san, mal celò sbadigli durante i resoconti catastrofici di Shiyu-san e Arigasawa-san, stuzzicò con battutine idiote il vicecomandante Kigai, che poi lo tenne dieci minuti buoni inchiodato sull’engawa per la solita lavata di testa; insomma il solito Fuma. Kamui, in qualità di scudiero, poteva partecipare alle cene degli ufficiali e per tutta la sera tenne d’occhio il suo superiore, ma nulla del suo comportamento stonava con il Fuma che conosceva ed amava. Nella sua mente era però impressa l’immagine di un altro Fuma: un Fuma che parlava e rideva con quella donna, un Fuma che lui non conosceva, un Fuma estraneo.

La sera, mentre il capitano Monou sbrigava un po’ di scartoffie e faceva finta di leggere i rapporti delle ronde settimanali, Shiro tornò ancora a meditare su quel che aveva visto, ma capì che non si trattava propriamente di gelosia per la ragazza, né di rabbia perché gli fosse stato nascosto quell’incontro (sbadato com’era, Fuma di certo non aveva pensato affatto di informare il suo amante che doveva incontrarsi con un’altra persona): Kamui era triste perché ancora c’era una parte di Fuma che gli sfuggiva. Monou aveva vissuto una vita prima di incontrare lui, era vissuto in luoghi che lui non aveva mai visto, aveva parlato, scherzato, giocato o combattuto con persone di cui lui ignorava l’esistenza. Insomma, per quanto gli sarebbe piaciuto pensarlo, Fuma non aveva iniziato ad esistere nel momento in cui avevano incrociato le spade nel dojo del tempio l’estate precedente; purtroppo lui non faceva parte di quel passato e questo gli mise addosso un’infinita tristezza.

- Che hai fatto oggi?- gli chiese ad un tratto, pronunciando quelle parole prima ancora di formularle nel suo cervello.

- Nulla di che- rispose Fuma senza alzare la testa dalle carte, ed era esattamente la risposta che Kamui si aspettava. Ora aveva davanti a sé due scelte: tacere e far finita di niente, oppure dirgli che lo aveva visto a Gion, e, con tutta probabilità, far cominciare una terribile lite; ma Fuma lo stupì per la seconda volta – Sono venuto a cercarti a Gion, ma non ti ho visto. Volevo presentarti Kotori-chan-

- Kotori-chan?-

- Mia sorella. Quell’impicciona voleva conoscerti a tutti i costi. Kanoe-mama le deve aver raccontato chissà quale idiozia su di noi. Purtroppo è dovuta ripartire presto, sarà per la prossima volta- Fuma alzò lo sguardo solo allora e si ritrovò di fronte il viso impietrito di Kamui – Perché mi guardi male? Che ho detto?-

- Tu hai una sorella?- balbettò Kamui.

- Sì, non te ne ho mai parlato?- rispose Fuma stupito dall’ovvietà della domanda.

- Ci sono un sacco di cose di cui non mi hai mai parlato, Fuma-san-

- Cose tipo?-

- Ad esempio, non mi hai mai detto come eri da piccolo o come era la casa dove sei nato-

- Non vedo come queste cose ti possano interessare-

- Perché io voglio sapere tutto di te!- sorrise Kamui arrossendo. Fuma scrollò le spalle e cominciò a raccontare di quella volta che…

 

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 Questa fanfiction partecipa al Meme di Aprile di michiru_kaiou7 con il prompt [Lista due: Shinsengumi] 07. Fedeltà e alla mia BDT con il prompt 025. Estranei.