
Karen guardò l’orologio della stanza una seconda
volta, di sfuggita, senza farsi notare dal cliente, non voleva fargli capire
che desiderava solo che sparisse all’istante, mentre quello impiegava un tempo
eterno ad indossare le calze e ad allacciarsi la camicia. Di solito era più
paziente e non le dispiaceva dilungarsi in qualche chiacchiera innocua con un
vecchio ed assiduo cliente come quello, ma quella sera aveva un appuntamento a
cui non poteva mancare.
L’uomo infine si alzò ed indossò la giacca lasciata sulla poltrona, poi si
chinò su di lei per baciarle la guancia e lasciò cadere alcune banconote sul
letto strizzandole l’occhio. Quando fu sull’uscio, l’uomo di girò un’ultima
volta – Buon Natale, Karen-san!
Karen annuì vagamente imbarazzata, era un mancia cospicua, più delle altre
volte, avrebbe voluto dire qualcosa ma aveva una dannata fretta e, ad ogni
modo, ognuno fa ciò che ritiene più opportuno con i propri soldi.
Si fece una doccia al volo e lanciò ancora uno sguardo all’orologio, aveva una
mezz’ora scarsa e a quell’ora le corse della metropolitana rallentavano.
Indossò l’abito bianco che aveva portato da casa e il cappotto rosso con le
scarpe abbinate, girò la sciarpa due volte intorno al collo per coprirsi bene
e afferrò la grande borsa di tela, gettando alla rinfusa il babydoll, le
calze, i trucchi e chiavi di casa. Scese le scale illuminate con i neon rossi
con passo felpato, i tacchi che risuonavano su ogni gradino di legno con un
ritmo sincopato per poi attutire il rumore sulla moquette della hall. Salutò
con la mano le ragazze alla reception e il buttafuori sull’ingresso.
- Buon Natale a tutti!- gridò mandando un bacio al volo e si avventurò nella
notte gelida di quel 24 Dicembre 1998.
Il quartiere di Shibuya dove lavorava era illuminato a giorno, le pubblicità
dai maxischermi rimandavano le immagini di donne bellissime che indossavano
gioielli, scarpe italiane o vestiti d’alta moda, quello era il periodo
migliore dell’anno per lo shopping! In un altro momento Karen si sarebbe
attardata a salutare tutti i conoscenti che incontrava nella folla, ragazze
che lavoravano in altre soapland, i buttafuori dei locali, le ballerine di
strip-tease, ma quella sera aveva i minuti contati e non vedeva l’ora di
lasciarsi i colori, i suoni e gli odori del quartiere dei divertimenti alle
spalle. Riuscì a prendere il treno al volo, e trovò un posto a sedere nel
vagone destinato alle sole donne; allora si concesse il tempo per riassettare
i capelli sconvolti dal vento e di passare una leggera ombra di trucco sul
viso un po’ affaticato dalla giornata di lavoro: rossetto, ombretto, un tocco
sapiente di fard, e una spruzzatina di profumo alle rose ed ecco che si
sentiva come nuova.
Uscì dalla stazione della metropolitana che un nevischio furioso aveva preso a
ricoprire la strada. Si morse il labbro inferiore ricordandosi che l’ombrello
era rimasto al lavoro, perciò sistemò la sciarpa a mo’ di copricapo per
ripararsi e percorse la salita che conduceva alla chiesetta di San Francesco
Saverio, la sua parrocchia, il più velocemente possibile.
Quando entrò, battendo i tacchi delle scarpe per far cadere la neve, aveva il
naso congelato e il cappotto ricoperto di piccoli fiocchi bianchi che si
scioglievano sulla lana. La Santa Messa di Natale era cominciata da poco, il
parroco si stava apprestando a cominciare la prima lettura. Con disinvoltura e
facendo attenzione a non far risuonare i tacchi nella navata, Karen trovò un
posto libero nei banchi in fondo: tirò un sospirò di sollievo, anche per
quell’anno era riuscita ad arrivare in tempo per la Messa di Natale. Anche se
per un vero credente la festa principale del calendario cristiano rimane la
Pasqua, il Natale aveva un potere eccezionale: le famiglie, anche le meno
devote, si ritrovavano in chiesa in quella notte speciale, il coro cantava le
carole, le candele brillavano numerose intorno all’altare e poi c’era il
presepe, diverso ogni anno, nella navata di sinistra.
Il Natale aveva il sapore dell’infanzia per Karen, la sua e quella di tutta
l’umanità. Natale significava regali e luci colorate e la mamma che si
sforzava di non vedere cosa fosse in grado di fare, perché a Natale si deve
essere tutti più buoni, le diceva ingoiando le lacrime. Andavano assieme alla
messa, mano nella mano, e la mamma sorrideva a sentire i bambini del coro
cantare “Tu scendi dalle stelle” o “Silent Night”; Karen si riponeva di esser
buona e di non farla più arrabbiare e in quella unica notte ogni desiderio
sembrava trasformarsi in realtà.
Poi la mamma era morta e molti anni difficili si erano susseguiti, ma sempre a
Natale quel piccolo miracolo in grado di scioglierle il cuore si era
riproposto: la sensazione di calore, le luci delle mille candele, il
bambinello deposto ai piedi dell’altare mentre i ragazzini cantavano, i
sorrisi dei parrocchiani; per una notte Karen si sentiva parte di una grande
famiglia numerosa.
- Scambiatevi un segno di pace- disse il parroco e nella chiesa, fino a quel
momento silenziosa, scoppiò un fragore di piedi, mani e corpi che si
spostavano per scambiare un gesto di fratellanza con il vicino. Karen strinse
la mano ai membri di una famigliola seduta nel banco davanti al suo: i
genitori e i due figli nei loro vestiti buoni. Una leggera fitta al cuore,
come sempre, nel vedere la gioia negli occhi di quei due bambini, il ritratto
di un infanzia felice; ma durò solo un attimo, la vecchietta al suo fianco
richiamò la sua attenzione e Karen si voltò verso di lei per stringerle la
mano sorridendole.
- Che la Pace sia con te!-
Dagli scranni dell’abside si alzò la voce del coro e la celebrazione continuò.
Karen sollevò il viso verso l’altare, dove la croce, strumento di morte e
simbolo di afflizione, per una volta, lasciava il posto ad una culla, dove
presto sarebbe stata deposta una statua con il Bambino, per l’adorazione dei
fedeli.
La Madre e il Bambino, San Giuseppe che veglia su di loro e poi i pastori che
accorrono a vedere il miracolo svegliati dagli angeli: Karen amava tutto
questo, amava il calore che la rievocazione di quella nascita sapeva regalare,
amava credere nel amore materno di Maria, così sconfinato da accettare il
dolore della Passione, amore che sua madre non aveva avuto la forza di
sopportare e che lei, non essendo madre, non poteva sapere di avere. Karen
aveva fede e questo le bastava, aveva perdonato sua madre per le sue debolezze
e forse un giorno avrebbe perdonato se stessa per la sua forza e la sua
ostinazione di rimanere esattamente così come il Signore l’aveva fatta. Una
fiammella volteggiò intorno al suo viso, fu solo il guizzo di un attimo, il
manifestarsi fugace di quel fuoco che le ardeva dentro; Karen strinse forte il
pugno chiuso al petto e la fiamma si estinse.
- C’è un disegno per ognuno di noi- le aveva detto un’anziana suora
nell’istituto dove era cresciuta. Il disegno divino voleva che lei usasse i
suoi poteri per aiutare “Colui che manifesta la volontà di Dio” e a Karen non
serviva sapere altro.
- Andate, la messa è finita- la voce del prete riecheggiò nella navata – Buon
Natale a tutti e Felice 1999!-
-Già, il 1999- sorrise Karen tra sé e sé mentre s’inchinava per fare il segno
della croce – Ormai mancava davvero poco!- Stando a quanto le aveva spiegato
la veggente bambina riguardo alla Fine del Mondo, quello avrebbe anche potuto
essere l’ultimo Natale dell’umanità, un motivo in più per esser forte e
proteggere ciò che più amava: Tokyo e i suoi abitanti.
Questo racconto è stato usato per il prompt speciale 04. Santa Messa del Christmas' meme 2008
Gli eventuali errori verranno corretti nel prossimo aggiornamento, quando avrò un po' più di tempo ^^