in un giorno di pioggia

 

E' in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta,

il vento dell'ovest rideva gentile

e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti

mi hai preso per mano portandomi via

(Modena City Rambles, In un giorno di pioggia)

 

La città di Tokyo era battuta da una pioggerellina incessante che la funestava dalla mattina, la notte rendeva l’atmosfera ancora più cupa e per strada si vedevano solo poche persone che si affrettavano a rientrare. La pioggia, colpendo le finestre, produceva un ticchettio ipnotico. Le gocce toccando il vetro si sparpagliavano in modo sempre diverso lungo la superficie e scendevano seguendo una strada tortuosa, a volte confluivano in un rigagnolo e proseguivano unite verso il davanzale.

Torhu entrò nella stanza del figlio per sistemare la biancheria nei cassetti; la casa era un totale caos per via del trasloco e quasi niente era al suo posto. La donna aveva deciso di iniziare a togliere dagli scatoloni le cose del bambino per aiutarlo ad ambientarsi nella nuova casa. Kamui non era molto collaborativo: era arrabbiato con lei perché lo aveva costretto a cambiare casa di nuovo; da quando era nato non avevano fatto altro che spostarsi di città in città, ma adesso erano a Tokyo e, almeno per qualche tempo, Torhu sperava di potervi rimanere.

- Che guardi, Kamui-chan?- chiese notando che il bambino aveva il viso quasi spalmato sul vetro.

- La pioggia, mamma-

- Ti piace la pioggia, Kamui-chan, e da quando?- sorrise la donna scapigliandolo.

- Oggi ho conosciuto un bambino- disse ad un tratto il piccolo.

- Davvero? Allora questa nuova città non è poi tanto male, no?- sorrise la donna, prendendo il figlio in braccio per metterlo a letto.

- C’era un cagnolino che si era perso, era molto piccolo, e si era bagnato tutto a causa della pioggia. Io volevo aiutarlo ma avevo paura che se lo accarezzavo, il cagnolino poi era ancora più infelice, visto che non posso portarlo con me- Torhu si sede sulla sponda del letto, immaginando che quella poteva essere l’ennesima sera di capricci, purtroppo doveva essere molto severa con Kamui, più di quanto un bambino così dolce e affettuoso meritasse.

- Kamui, non possiamo permetterci di tenere un cucciolo- Avevano fatto quel discorso tante volte: Kamui voleva un compagno di giochi, un cane, un gatto, una volta aveva chiesto perfino una tartaruga, ma Torhu rispondeva sempre che “no, non potevano tenere un animale”, erano sempre in viaggio, spesso traslocavano con poco preavviso, un animale domestico sarebbe stato solo una seccatura per una madre single come lei che già a fatica riusciva a badare al proprio figlio.

- Lo so, mamma – sospirò il bambino – Per questo non volevo prendere in braccio il cagnolino, perché poi avrei dovuto lasciarlo da solo, ma non volevo abbandonarlo sotto la pioggia. Era un cucciolo così buono-

- Sì, ma che cosa c’entra il cucciolo con il bambino che hai conosciuto?- Torhu provò a sviare il discorso.

- Io ero lì che non sapevo che fare e arriva questo bambino che mi chiede cosa sto facendo e io gli ho detto che non potevo abbracciare il cagnolino e tutto il resto, allora lui a preso il cane e poi mi ha dato la mano e mi ha detto che potevamo venire con lui a casa sua, io e il cagnolino-

- Un bambino gentile- commentò la madre accarezzandogli i capelli.

- Ha detto che il cagnolino si sarebbe ricordato del mio gesto gentile anche quando sarà solo, che è come se solo il suo corpo fosse solo, ma il suo cuore no-

- Sicuramente il cagnolino ora starà in un posto sicuro e vedrai che troverà qualcuno che possa occuparsi di lui. Adesso, però, è ora di andare a letto, Kamui-chan-

- Sì, mamma- Torhu gli diede un bacio sulla fronte e attese che il figlio si infilasse sotto le coperte prima di spegnere la luce e uscire, lasciando la porta socchiusa.

La pioggia continuava a ticchettare contro i vetri e Kamui ripensò al cagnolino che ora non era più tanto solo e pensò che lui era come quel cucciolo: anche se ora era solo aveva il ricordo di quel bambino che era stato gentile con lui. Nel buio guardò la mano che il bambino gli aveva afferrato per farlo alzare. Era come se non fosse la stessa mano di sempre, c’era come una magia adesso, perché come guardava la mano gli veniva in mente il sorriso di quel bambino buono e si sentiva un po’ meno solo. Si chiamava Fuma Monou, gli aveva detto; Kamui sapeva che avrebbe ricordato quel nome.

 

 

  |

 

 

 

 

 

Questa fanfiction è stata scritta per il  Meme di Aprile indetto da michiru_kaiou7, [Lista uno: Pasqua] 07. Speranza, e partecipa alla mia Big Damn Table con il prompt 038. Tatto