
Anno 1687, marzo, festa del Serpente
Edo, palazzo di Chiyoda
Ora della Tigre
Il Palazzo di Chiyoda si stagliava nel cielo nero con la sua struttura massiccia e i suoi tetti a spiovente, ma quella notte, sotto quei tetti neri, tra le mura possenti, persa in un labirinto di porte e paraventi, si era consumata un'ignominia che avrebbe dato corso ai drammatici eventi narrati in questa storia.
Per tutto il giorno c’era stato un via vai di ospiti per la festa del Serpente: lo Shogun e la sua famiglia avevano organizzato un riuscitissimo Banchetto delle Acque Correnti, dove i notabili e le dame di corte si erano sfidati a recitare poesie ogni qualvolta venivano raggiunti da una tazza di sakè galleggiante su graziose imbarcazioni, a forma di draghi, lungo il percorso dei ruscelli nel giardino di primavera. Era un'antica tradizione per allontanare gli spiriti e purificarsi, ma alla fine diventava un pretesto per bere e declamare rime licenziose. Per Sojiro era stata la prima volta in cui prendeva parte ad un banchetto così sfarzoso, era stato il wakashu di Togukawa-sama ad invitarlo alla cerimonia. Il ragazzo si era seduto lungo il fiumiciattolo artificiale, assieme ad altri compagni d'armi, e aveva ascoltato i versi dei grandi poeti di corte, delle dame e di molti daymo accorsi per l'occasione. Era toccato anche a lui, due o tre volte, di dover raccogliere un bicchierino e declamare un haiku. Aveva rispolverato vecchie poesie cinesi e riscosso un discreto successo per la sua erudizione, ma la sua voce, resa fioca dall'emozione, non era arrivata alle orecchie di tutti gli astanti e, rosso in viso per l'imbarazzo, aveva dovuto ripetere la poesia quasi strillando. Ad ogni modo si era divertito ad ascoltare i pettegolezzi di corte delle bocche maliziose dei suoi coetanei, quasi tutti già impegnati in relazioni più o meno serie. Sojiro avrebbe compiuto finalmente quindici anni alla metà del mese e progettava per allora di dichiararsi al suo maestro, che lo aveva osservato con il suo sorriso sornione dalla riva opposta per gran parte del tempo.
La serata era continuata al chiuso, nelle sale del palazzo: le risate, il cibo, il vino, luci, suoni e colori di una grande festa senza fine. Quando capì di aver bevuto più di quanto fosse in grado di sopportare, Sojiro lasciò le sale del banchetto e salì ai piani superiori per andare a coricarsi. Sognava solo di togliersi l'abito cerimoniale e sprofondare in un lungo sonno ristoratore. Poco prima di raggiungere l'appartamento di Sato-sensei, due paggi lo fermarono lungo il corridoio. Uno teneva una lanterna, l'altro gli porgeva una lettera: poche righe vergate con bella scrittura per un invito a raggiungere Asahi-san nelle sue stanze. Un gesto insolito, per un uomo così pratico dell'etichetta, ma rifiutare sarebbe stato scortese e perciò, a malincuore, seguì i due garzoni.
Asahi-san indossava ancora il suo splendido abito da cerimonia, hakama scuri e una casacca smanicata di un verde cupo lavorata con motivi di fiore di loto. Sojiro si sedé dove gli veniva indicato e attese che il suo ospite si decidesse a parlare: non ci mise molto a capire che l'uomo era ubriaco, perciò ritenne che avrebbe potuto congedarsi in fretta senza che l'altro avesse modo di offendersi.
“Sono lieto che tu abbia deciso di venire a farmi visita, Ito-kun”
“La vostra richiesta era così forbita che non ho potuto declinare l'invito. Avevate qualcosa d’urgente da comunicarmi che non poteva attendere l'alba di domani, Asahi-san?”
“Oh, che modi freddi, ragazzo mio. Vuoi bere qualcosa?”
“Vi ringrazio, fratello maggiore, ma credo di aver bevuto il giusto per oggi”
L'uomo versò da sé il sakè nel bicchiere e fissò il ragazzo con occhi vacui.
“Asahi-san, c'è qualcosa che io possa fare per voi?”
Sembrava che il suo ospite si fosse come dimenticato della sua presenza per un attimo, perché si ravvenne e lo fissò come se non si aspettasse di vederlo lì.
“Le vostre poesie erano meravigliose: citare il grande Li Po con tale sicurezza, davvero lodevole. E la vostra voce, quella di un canarino... così giovane... così fanciullesca. Quanti anni avete realmente, Ito-kun? Mi dicono che ne dimostrate molti di meno”
“Ne farò quindici a breve e, se non c'è altro, vorrei tornare nelle mie stanze e lasciarvi riposare come meritate, Asahi-san” dettò ciò si alzò e fece per lasciare la stanza, ma fu arpionato per il lembo degli hakama dall'uomo, che lo guardò dal basso verso l'alto come un cane abbandonato dal suo padrone.
“Non andare, non lasciarmi qui da solo a struggermi un'altra notte senza il tuo calore a tenermi desto”
“Asahi-san, credevo che il mio silenzio fosse un diniego più che dignitoso per la vostra persona, ma poiché mi forzate a dire cose spiacevoli con il vostro comportamento inadeguato, allora dovete sapere che non nutro alcun trasporto sentimentale nei vostri confronti e vedervi ubriaco mendicare la mia compagnia non fa che accrescere in me la convinzione che non siete l'uomo a cui desidero affidare la mia giovinezza. Ricomponetevi, per voi stesso principalmente, e per me che non ho cuore di lasciarvi in uno stato di cosa tetra afflizione”
L'uomo si portò una mano al volto e scoppiò a ridere; Sojiro fu nauseato da tanta rozzezza e spalancò gli shoji per uscire, ma i due paggi che lo aveva accompagnato scattarono in piedi al suo apparire e portarono le mani alle spade.
“Cosa significa tutto ciò?” chiese scandalizzato il ragazzo.
“Significa che il nostro padrone non è solito accettare un “no” come risposta e un moccioso come te, appena arrivato dalla campagna, dovrebbe solo che essere onorato delle attenzioni che il nostro signore gli rivolge” disse il più grosso dei due, spingendo Sojiro all'interno della stanza: questi cadde all'indietro e il secondo gli fu addosso in un lampo, privandolo delle spade. Era notte fonda, nessuno sarebbe accorso udendo grida o rumori di battaglia, a tentare di opporsi Sojiro poteva solo uscirne morto, perciò non provò neanche a ribellarsi quando Asahi-san gli si avvicinò, gonfio di vino, e gli sciolse l'obi.
Barcollando nell'oscurità del corridoio silenzioso, Ito Sojiro cercava di raggiungere la sua stanza. Aveva male alle braccia e al dorso, lì dove quei cani lo aveva colpito per immobilizzarlo, aveva male tra le natiche, lì doveva era stato violato, e aveva male al cuore, il suo spirito di guerriero ferito ed umiliato, ma per quanto si sforzasse di provare ad immaginare un finale diverso, non capiva come avrebbe potuto evitare quanto appena occorsogli. Avrebbe potuto disdegnare il messaggio di Asahi-san, ma avrebbe significato solo posticipare l'inevitabile, se non addirittura incattivire ancora di più quell'uomo. Avrebbe potuto lottare, ma erano tre contro uno e, di certo, si erano preparati per un'evenienza del genere. Aveva fatto l'unica cosa saggia che gli era balenata mentre gli eventi precipitavano: aveva cercato di contenere i danni e non aveva emesso un solo gemito. Non poteva dire di aver riportato a casa l'onore ma almeno la pelle.
Ciò che più gli bruciava erano le parole di Asahi-san, quando con un ghigno soddisfatto lo aveva lasciato libero di muoversi “Non devi provare rimorso per avermi costretto a farti violenza, Ito-kun, io ti perdono”.
Gettandosi sul futon gelido, Sojiro si chiese con quale faccia si sarebbe presentato al maestro il giorno seguente.
Questo capitolo partecipa al set 1 della community 24ore con il prompt 03:00 Non c'era niente per cui provare rimorso