
“Ok, fratellino, è
ufficiale: ho la febbre” esordì Cesare entrando nel soggiorno della casa che
dividevano a Torino, dove l’uno cercava di laurearsi in ingegneria e l’altro
di spendere i soldi dell’Onorevole nei modi più svariati.
Michele alzò controvoglia il naso dal pesante volume d’Analisi II e fissò il
fratello maggiore: doveva essere rientrato all’alba, quando lui dormiva, e
doveva aver dormito per tutto il giorno, mentre lui era all’università.
“Ah, sì?” disse in modo monocorde: odiava essere disturbato mentre studiava e,
in particolar modo, odiava essere disturbato da quello scioperato di Cesare.
Questi gli mostrò il termometro, che effettivamente indicava una temperatura
di 38°C, cosa che non succedeva da non sapeva più quanto tempo. Cesare non si
ammalava mai, da bambini era lui quello che finiva sempre a letto con il
raffreddore.
“Beh, direi che il termometro non mente, Miche’!”
“Prendi un’aspirina e mettiti a letto”
“Come sei freddo e crudele” Cesare si gettò bocconi sul letto sfatto e inscenò
una scena madre degna di Liz Taylor.
“Non morirai per un po’ di febbre”
“Tu dici? E se così non fosse? Mi avrai sulla coscienza” e prese a tossire
insistentemente sui libri e sugli appunti di Michele.
“Deficiente, così infetti anche me. Ho l’esame la prossima settimana!”
“Cof cof. Sei noioso quando studi. Dai ammaliamoci insieme!”
Michele gli diede uno spintone e lo fece ricadere sul letto, poi afferrò il
cellulare e digitò un messaggio: “Isabella, è un’emergenza. Cesare ha la
febbre e io l’esame d’Analisi II. Devi venire a Torino”.
Isabella lesse il messaggio un’ora dopo, appena uscita dalla lezione di Storia
Antica, e fissò lo schermo incredula per un secondo, ma con i fratelli Rocca
c’era poco da stupirsi.
Il telefono suonò una, due, tre volte, lei iniziò a preoccuparsi ma alla fine
qualcuno rispose.
“Pensi che io sia la vostra colf filippina”
“No, Isa, tranquilla. Flor è vecchia e ha le gambe gonfie, tu sei molto
meglio” Era la voce di Cesare, anche se alterata dal raffreddore.
“Cesare, che succede? Tu fratello mi ha scritto un messaggino piagnucoloso,
gli stai dando fastidio come al solito? Lo sai che è intrattabile sotto
esame”.
“Isa, sto male! Vieni a farmi da infermiera?”.
Isabella contò fino a dieci prima di mandarlo al diavolo, ma da dove gli
usciva quella vocetta mielosa da gattino annaffiato? Una voce che si adattava
così male all’immagine che Isabella aveva del maggiore dei fratelli Rocca:
capelli lunghi, barba incolta, kefia al collo.
Mentre cercava di far combaciare i pezzi, sentì che dall’altra parte era in
corso una discussione movimentata: “Idiota, chi ti ha detto che puoi usare il
mio cellulare?” sbraitava Michele.
“È Isabella, mi pare ovvio che rispondo” ribatteva Cesare con quella strana
voce da zombie.
“Ha chiamato me, non te”
“Ha chiamato te perché tu ti sei messo a fare la lagna per un po’ di febbre”
“Stronzo”
“Frignone”
“Ok, ragazzi, se mi sentite, sappiate che in serata sarò a Torino, indi per
cui non uccidetevi nel frattempo”.
Isabella riagganciò incerta se chiamare il 113 per separarli o se lasciarli
alle loro beghe da ragazzini mai cresciuti, ad ogni modo andò dritta a casa a
fare la valigia: il biglietto lo avrebbe addebitato all’Onorevole!
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