
Era l’alba, il cielo si tingeva di un rosa
pallido e la luce si riappropriava di quell’angolo di mondo con dolce
lentezza, ma la maggior parte delle persone a Roma, in quell’alba
domenicale di fine marzo, dormiva beata sotto i piumoni, e di certo erano
tra questi i coniugi Ruffo. Dopo una cena a casa di amici, con abbondante
vino bianco a rendere allegra la comitiva, tutto quello che Michele ed
Isabella volevano era dormire fino a tardi, liberi, per una volta, da
pranzi domenicali a casa dell’Onorevole. Naturalmente esisteva al mondo
una sola persona in grado di scombinare i piani della coppia felice e
passare impunito: Cesare, il fratello maggiore di Michele. Puntuale come
una cambiale, quell’alba marzolina lo vide suonare con insistenza al
campanello del civico 309 come se fosse mezzogiorno.
- Chi cazz…- Isabella non colse a pieno l’improperio del marito, lo vide
con la coda dell’occhio uscire dal letto e dirigersi al piano di sotto. A
fatica capì che qualcuno stava suonando al citofono.
- Michele- chiamò con uno sbadiglio.
- Torna a dormire, Isa, uccido il deficiente che fa ‘sti scherzi alle sei
del mattino e torno a letto-
Isabella ridacchiò, ben sapendo quanto il marito odiasse esser svegliato
troppo presto, e si riaddormentò con facilità.
Michele scese le scale del loro monolocale soppalcato e quasi ruggendo
rispose al videocitofono: lo schermo verdolino gli rimandò l’immagine di
un barbone con capelli lunghi e uno zaino enorme sulle spalle, ma
nonostante la barba e una specie di spazzolone riccioluto sulla fronte,
riconobbe l’indesiderato ospite.
- Cesare, idiota, rimetti l’orologio quando torni in Italia!-
- Apri, deficiente, che devo pisciare!-
Il portone produsse un click metallico e Cesare entrò nell’androne
semibuio: la casa del fratello era all’ultimo piano, ovviamente senza
ascensore.
Michele non vedeva suo fratello da sei mesi, ogni tanto gli arrivava una
cartolina da un posto diverso: Miami, Acapulco, Buenos Aires, Santiago del
Cile. Si era girato per lungo e per largo il continente americano con lo
zaino sulle spalle, a volte da solo, a volte in compagnia di amici
incontrati un po’ qua un po’ là: faceva la vita bohémienne con i soldi
dell’Onorevole, non studiava, non lavorava, non aveva una casa, né una
donna. Quando era a Roma e non voleva rotture di scatole, metteva le tende
a casa del fratellino fino a data da destinarsi, poi, senza preavviso,
ripartiva.
Michele aprì la porta di casa e attese sul pianerottolo che il fratello
salisse i cinque piani: sapendo che razza di casinista fosse, non voleva
svegliare Isabella.
- Hey, ma perché cazzo vivi in questa piccionaia? Dico io, l’Onorevole non
ti ha comprato un appartamento a Monte Verde?-
L’Onorevole era il padre di Cesare e Michele, la madre non era comune e i
due fratelli avevano vissuto insieme solo dopo che il più piccolo aveva
iniziato a frequentare lo stesso collegio del maggiore, ovvero verso i sei
anni.
- Abbiamo rifiutato- rispose Michele abbracciando il fratello- Puzzi da
far schifo! Non ce le hanno le docce da dove vieni? A proposito da dove
vieni, stavolta?-
- Cuba. Ti trovo bene, Miche’, il matrimonio ti si addice. E la mia
cognatina preferita?-
- Dorme, sai, sono le sei di domenica mattina. Entra in casa, idiota!-
Cesare batté un paio di colpi sulla spalla del fratello e varcò l’uscio:
una casa pulita, ordinata e confortevole, esattamente come la cara
Isabella, l’unica cosa che Michele si fosse rifiutato di dividere con lui.
Michele chiuse la porta alle loro spalle e abbracciò ancora il fratello:
nonostante avesse quasi trent’anni e fosse ormai un uomo adulto, soffriva
la mancanza di Cesare in modo indicibile.
- Ti faccio un caffé e mi racconti un po’ di cose- Non si telefonavano, né
si scrivevano durante le assenze del maggiore, arrivavano solo delle
cartoline con su scritto “Sono ancora vivo” oppure “Mandami soldi a questo
indirizzo”. Andava bene così, Cesare era uno spirito selvaggio, legarlo
non serviva. Michele lo sapeva e lo accettava così com’era, a differenza
dell’Onorevole, che si era fatto quasi una malattia di questo figlio
scapestrato; e poi Cesare tornava sempre, alla fine.
Isabella dormì beata ancora un paio d’ore, poi, udendo il rumore
dell’acqua corrente provenire dal bagno, decise di scivolare fuori dal
piumone caldo e di salutare il suo bel maritino in modo speciale. Entrò in
bagno con passo felpato e aprì l’anta della doccia.
- Amore, serve che t’insaponi la schiena?- chiamò con la voce più sexy che
le uscì.
- Lo dico sempre io che sei la moglie perfetta, Isa cara!- Quello che la
donna vide non fu il corpo snello del marito, ma quello muscoloso e
abbronzantissimo del cognato.
- Cesare?-
- Isabella- questi uscì dalla doccia e abbracciò la cognata nudo e
fradicio com’era, riempiendola di baci. Cesare adorava Isabella, l’aveva
corteggiata all’infinito, ma lei aveva scelto Michele e probabilmente
questo lo rendeva ancora più felice.
- Idiota, che cazzo stai facendo?- ruggì il minore dei fratelli entrando
in bagno- E’ mia moglie!-
- Mi voleva lavare la schiena, che donna servizievole- scherzò Cesare,
dando una pacca al sedere della cognata.
- Volevo lavare la schiena a te!- ribatté Isabella, avvampando in viso -
Che ne sapevo che c’era lui?- Mugugnò con voce da gattino, sprofondando il
volto nell’abbraccio di Michele - A proposito, quando sei arrivato?-
- Da un po’- rispose serafico Cesare che, incurante della decenza, si
strinse a sua volta nell’abbraccio, le grazie ancora all’aria - Anch’io,
anch’io! Abbracciamoci tutti, come in una grande famiglia felice-
- Michele, potresti dire a tuo fratello di mettersi qualcosa addosso?-
Michele sollevò lo sguardo sul fratello e con la mano libera gli diede uno
spintone.
- Esibizionista, va nei giardinetti a fare le tue porcate-
- Tranquillo, tranquillo, le donne grasse non mi sono mai piaciute. Non
per offenderti, Isa, ma mi sembri un po’ in carne - Osservò meglio la
donna con il suo sguardo da esperto- Sei parecchio ingrassata. Non sarai
mica quel tipo di donna che, messo il cappio al collo del marito, si
lascia andare e si trasforma nella Sora Lella?-
- Non gliel’hai detto?- Isabella alzò gli occhi verso Michele, senza
lasciare la presa intorno alla vita, conosceva da sé la risposta: quei due
erano capaci di non sentirsi per mesi e di non dirsi le cose più basilari,
Cesare perché era uno zingaro irresponsabile, Michele perché orgoglioso
all’inverosimile – C’è una novità, Cesare, stai per diventare zio!- disse
mostrando il suo fisico non più gracile.
Il ragazzo fissò Isabella, la sua pancia tonda che spuntava da sotto il
pigiama e il viso compiaciuto del suo fratellino.
- Non ci credo, ti sei riprodotto?-
- Deficiente!- ruggì il minore.
- Cesare, è una cosa seria- lo rimproverò Isabella.
- Certo che lo è, è mio nipote, cioè insomma il figlio di Michele… Oh my
god, tu e ‘sto tordo avrete un figlio? L’Onorevole lo sa?-
- Lo sanno tutti, mancavi solo tu, come sempre-
- Non farmi la paternale, Isa. Piuttosto, nipotino o nipotina?-
- Segreto- Isabella strizzò l’occhio e fu travolta, come sempre,
dall’esuberanza del cognato, che la sollevò di peso baciandole una
guancia, mentre Michele cercava di strozzarlo perché la mettesse giù. Fin
da quando erano ragazzi, era sempre stato così tra loro: gli adulti erano
stati assenti e loro bastavano a sé stessi, in modo particolare per
Isabella che aveva perso presto la mamma, Michele e Cesare rappresentavano
la sua famiglia, la sua dimensione domestica, e presto quel nido avrebbe
avuto un quarto inquilino.
Scritta per il Meme di Maggio [Lista due: Rose] 02. Rosa canina (significato: sofferenza)