
“E quel coso che ci fa in casa nostra?” gridò Isabella indignata alla vista dell’orrido divano a fiori, macchiato da ogni specie di alimento e bevanda e bruciato in più punti da chissà quante cicche, che Michele aveva giurato di buttare e che invece ora troneggiava al centro del soggiorno della casa nuova. “Ci serve un divano e questo è ancora in ottime condizioni” si schernì Michele. “Ottime condizioni? Vogliamo scherzare? Stammi a sentire, amore, o fuori questo dannato divano o io!” dichiarò la futura sposa. “Ma Isa, ci siamo fatti cinque rampe di scale a piedi per portarlo in casa” aggiunse il futuro cognato. “Brucerò quel divano, con voi legati e imbavagliati sopra, se al mio ritorno sarà ancora qui” concluse la ragazza sbattendo la porta di casa. Michele e Cesare si guardarono negli occhi e poi guardarono il vecchio divano, compagno dei loro giorni di studenti universitari, testimone d’infinite feste, partite alla playstastion e abbuffate di piazza durante i mondiali di calcio. No, non potevano separarsi da lui. “Metteremo sopra un telo e sarà come nuovo” decretò Michele. “Isa, ti ucciderà, lo sai?” gli ricordò Cesare dubbioso. “No, abbiamo già pagato il ristorante, almeno fino al giorno del matrimonio sono salvo!”
Scritta per il Tea Time di Michiru indetta da me medesima con il prompt Divano.